Salmo 126

Canto del ritorno

DIO NOSTRA GIOIA E NOSTRA SPERANZA

01 Campo di grano

E tu, Signore, per questa gioia degli umili - gioia divina, da impazzire -, continua a intervenire: sarà anche per te la gioia più grande e umana! Troppi popoli poveri ancora seminano nel pianto, senza neppure il diritto di raccogliere il frumento maturato con l'acqua delle loro lacrime.

 

1 Canto delle salite.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
2 Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
3 Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia.
4 Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
5 Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia.
6 Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni.

COMMENTI

RAVASI

Scrive A. Chouraqui, noto traduttore e commentatore ebreo della Bibbia: «Usciti dai campi di concentramento, scampati dai forni crematori nazisti, noi cantavamo il Salmo 126 che sembrava essere scritto per questa circostanza, il ritorno dei prigionieri di Sion verso la terra promessa. Il riso che riempiva la bocca del salmista 2500 anni prima era il nostro riso e la nostra lingua cantava il suo canto!». Anche se il salmo invoca probabilmente solo che Dio restauri le sorti di Sion caduta o schiava, il carme può essere inteso anche come il canto dei rimpatriati dall'esilio di Babilonia, dopo che nel 538 a.C. Ciro aveva concesso loro il rientro al focolare nazionale. La restaurazione o il ritorno sono descritti con due immagini desunte dall'orizzonte palestinese. I torrenti del Negheb, arida regione meridionale di Israele, sono secchi e sassosi d'estate ma a primavera si gonfiano d'acqua e fanno fiorire persino il deserto. La semina è sempre un momento sospeso, perchè una stagione meteorologicamente negativa può vanificare ogni lavoro. La mietitura è, invece, festa.
Così è stato per la storia d'Israele. Ai momenti di sete e di aridità, al pianto e all'attesa Dio fa succedere acqua e cibo, gioia e libertà.

GIOVANNI NICOLINI

Non riesco a capire e a giustificare la versione italiana del ver.1: “Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion...”. Preferisco quindi riproporre la precedente traduzione italiana, che è omogenea anche alla versione greca e alla sua traduzione in italiano: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion...”. E’ la meraviglia di un ritorno alla Terra dopo l’esilio e la deportazione. E qui vengono descritte con forza due reazioni diverse: la gioia del Popolo di Dio, una gioia “sognante” (“ci sembrava di sognare”!), e lo stupore dei popoli che li vedono passare in questo gioioso ritorno e commentano così: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. Sembra il preannuncio e la profezia di quell’annunzio evangelico a tutti i popoli, che prima che attraverso parole, si compie per il segno e la testimonianza offerta dalla vita stessa del popolo dei credenti. Una etimologia “popolare” del termine “ebreo”, lo fa derivare dal verbo ebraico “avar”, che significa appunto “passare”: anche questo è profezia mirabile di un Popolo che è in cammino verso la Terra: Un cammino che non termina mai in questa storia, sino alla fine dei tempi.
Il Popolo del Signore sembra far suo lo stupore ammirato dei popoli: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia” (ver.3). Siamo al cuore della lode di Dio per le meraviglie che Egli ha compiuto per noi! E fa parte essenziale della preghiera ebraica e cristiana la memoria di questi gioiosi eventi del passato che ora diventano preghiera di supplica al Signore perché quelle meraviglie si compiano di nuovo nelle fatiche del presente. Al ver.4 si ripresenta la difficoltà che ho trovata al ver.1: “Ristabilisci, Signore, la nostra sorte”, che qui sembra più chiara, ma che io preferisco rendere ancora con la precedente versione italiana: “ Riconduci, Signore, i nostri prigionieri”. Il presente riproduce le stesse ferite del passato e domanda quindi la stessa grazia! La citazione dei “torrenti del Negheb” fa riferimento ad una memoria probabilmente leggendaria che afferma che tali corsi d’acqua in certe stagioni volgono in senso contrario il loro fluire. E questo per chiedere che chi è andato prigioniero, ora possa per la stessa via ritornare!
I vers.5-6 sviluppano e arricchiscono quello che è stato detto con l’immagine della seminagione e del raccolto da una parte, e dall’altra con il pianto di chi va per seminare e la gioia di chi ritorna con il raccolto. Profezia straordinaria della Passione e della Risurrezione di Gesù. Della sua Croce e della sua Gloria. Visita affettuosa del Signore al travaglio di oggi, perché possiamo avere speranza per il raccolto e per la gioia di domani.

ROBERTO TUFFARIELLO

La realtà è tanto bella da sembrare un sogno: “ci sembrava di sognare”. Così il ritorno dall’esilio, o dalla prigionia (mio padre vi trascorse più di due anni, ’43-’45), poiché il Signore ha cambiato “la sorte” del suo popolo. Anche la nostra sorte è cambiata decisamente con il Signore Gesù: la vita divina in noi, una “vita eterna”! Di qui la gioia, la felicità che dovrebbe caratterizzarci. – Sui torrenti del Negheb trovo un’altra spiegazione: le acque torrenziali che vi si formano sarebbero immagine delle fiumane dei reduci dall’esilio. – Nel leggere gli ultimi versetti il pensiero va alle parole di Gesù: “Se il chicco di frumento non muore...”

PAPA BENEDETTO XVI

Leggendo le parole del Salmo 125 si ha l’impressione di vedere scorrere davanti agli occhi l’evento cantato nella seconda parte del Libro di Isaia: il “nuovo esodo”. È il ritorno di Israele dall’esilio babilonese alla terra dei padri in seguito all’editto del re persiano Ciro nel 538 a.C.

Allora si ripeté l’esperienza gioiosa del primo esodo, quando il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù egiziana.

Questo Salmo acquistava particolare significato quando veniva cantato nei giorni in cui Israele si sentiva minacciato e impaurito, perché sottomesso di nuovo alla prova.

Il Salmo comprende effettivamente una preghiera per il ritorno dei prigionieri del momento (cfr. v. 4). Esso diventava, così, una preghiera del popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre aperto alla fiducia in Dio Salvatore e Liberatore, sostegno dei deboli e degli oppressi.

Un Dio efficace

Il Salmo introduce in un’atmosfera di esultanza: si sorride, si fa festa per la libertà ottenuta, affiorano sulle labbra canti di gioia (cfr. vv. 1-2).
La reazione di fronte alla libertà ridonata è duplice. Da un lato, le nazioni pagane riconoscono la grandezza del Dio di Israele: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro” (v. 2). La salvezza del popolo eletto diventa una prova limpida dell’esistenza efficace e potente di Dio, presente e attivo nella storia. D’altro lato, è il popolo di Dio a professare la sua fede nel Signore che salva: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi” (v. 3).

Il mistero della fecondità

Il pensiero corre poi al passato, rivissuto con un fremito di paura e di amarezza. Vorremmo fissare l’attenzione sull’immagine agricola usata dal Salmista: “Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (v. 5). Sotto il peso del lavoro, a volte il viso si riga di lacrime: si sta compiendo una semina faticosa, forse votata all’inutilità e all’insuccesso. Ma quando giunge la mietitura abbondante e gioiosa, si scopre che quel dolore è stato fecondo.

In questo versetto del Salmo è condensata la grande lezione sul mistero di fecondità e di vita che può contenere la sofferenza. Proprio come aveva detto Gesù alle soglie della sua passione e morte: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Perseverare nel bene

L’orizzonte del Salmo si apre così alla festosa mietitura, simbolo della gioia generata dalla libertà, dalla pace e dalla prosperità, che sono frutto della benedizione divina.
Questa preghiera è, allora, un canto di speranza, cui ricorrere quando si è immersi nel tempo della prova, della paura, della minaccia esterna e dell’oppressione interiore.

Ma può diventare anche un appello più generale a vivere i propri giorni e a compiere le proprie scelte in un clima di fedeltà. La perseveranza nel bene, anche se incompresa e contrastata, alla fine giunge sempre ad un approdo di luce, di fecondità, di pace.

È ciò che San Paolo ricordava ai Galati: “Chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo” (Gal 6,8-9).

La gioia del premio

 San Beda il Venerabile (672/3-735) sul Salmo 125 a commento delle parole con cui Gesù annunziava ai suoi discepoli la tristezza che li attendeva e insieme la gioia che sarebbe scaturita dalla loro afflizione (cf Gv 16,20).

Beda ricorda che «piangevano e si lamentavano quelli che amavano Cristo quando lo videro preso dai nemici, legato, portato in giudizio, condannato, flagellato, deriso, da ultimo crocifisso, colpito dalla lancia e sepolto. Gioivano invece quelli che amavano il mondo..., quando condannavano a morte turpissima colui che era per loro molesto anche solo a vederlo. Si rattristarono i discepoli della morte del Signore, ma, conosciuta la sua Risurrezione, la loro tristezza si mutò in gioia; visto poi il prodigio dell’Ascensione, con gioia ancora maggiore lodavano e benedicevano il Signore, come testimonia l’evangelista Luca (24,53).

Ma queste parole del Signore si adattano a tutti i fedeli che, attraverso le lacrime e le afflizioni del mondo, cercano di arrivare alle gioie eterne, e che a ragione ora piangono e sono tristi, perché non possono vedere ancora colui che amano, e perché, fino a quando stanno nel corpo, sanno di essere lontani dalla patria e dal regno, anche se sono certi di giungere attraverso le fatiche e le lotte al premio. La loro tristezza si muterà in gioia quando, terminata la lotta di questa vita, riceveranno la ricompensa della vita eterna, secondo quanto dice il Salmo: “Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia”» 

Dossologia

O deportati da tutti i paesi,
a Dio, sciogliamo il canto di lode,
perché nel Cristo risorto dai morti
tutte le lacrime nostre asciuga.

Preghiera

Padre, Dio della libertà, sola nostra libertà possibile, ti chiediamo che in te si inverino tutte le lotte di liberazione degli oppressi sulla terra, e la chiesa, la tua chiesa, sia il paese dell'umanità libera e pacificata. Amen.

TORNAVAMO DAI LAGER

Tornavamo dai lager
come torrenti in piena
verso la terra del sole.

Tutti i volti erano in pianto
e il cuore impazziva
nella «paura»
di sentirci liberi.

Un nembo solo di cenere
avvolgeva morti e vivi
in cammino sulle strade d 'Europa.

Ma non sapevamo, Signore,
quanto è difficile
essere liberi.

Era bene che pure i vincitori
fossero uccisi,
libertà non sopporta vittorie.

Ritorna, Signore, e disperdi
quanti hanno nuovamente
ucciso milioni di morti:

anch'essi sono divenuti
assassini, hanno superato
l'infamia dei vinti.

Ritorna, Signore, e uccidi
tutti i potenti: maledetti
che usano perfino il tuo nome!

Almeno gli ultimi
poveri del mondo
conoscano solo inni di pace.

 

 

Inserito da  Venerdì, 13 Novembre 2015 Letto 545 volte Ultima modifica il Venerdì, 13 Novembre 2015
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