Salmo 129

Contro i nemici di Sion

Hanno scavato sul mio dorso

PASSIONE

Quale, Signore, sarà l'Israele che ora nel mondo ti canterà questo salmo di oppressione? Ora che il tuo Israele è tentato lui di passare con l'aratro sul dorso di altri ancora più oppressi e soli! Che nome porta questo nuovo «uomo del dolore?».

 

1 Canto delle salite.
Quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza
– lo dica Israele -,
2 quanto mi hanno perseguitato fin dalla giovinezza,
ma su di me non hanno prevalso!
3 Sul mio dorso hanno arato gli aratori,
hanno scavato lunghi solchi.
4 Il Signore è giusto:
ha spezzato le funi dei malvagi.
5 Si vergognino e volgano le spalle
tutti quelli che odiano Sion.
6 Siano come l’erba dei tetti:
prima che sia strappata, è già secca;
7 non riempie la mano al mietitore
né il grembo a chi raccoglie covoni.
8 I passanti non possono dire:
«La benedizione del Signore sia su di voi,
9 vi benediciamo nel nome del Signore».

Gloria a te, Padre, giusto e buono.

Lode a te Figlio, che hai offerto il tuo dorso ai flagellatori.

Onore a te, Spirito Santo, che ci sostieni nella prova. Amen  .(p.Salvatore)

COMMENTI

RAVASI

Il decimo «cantico delle ascensioni» raccoglie un grido: è l'Israele oppresso che urla nella tortura e che evoca la sua continua storia di perseguitato «fin dall'infanzia», cioè fin dalle sue origini come popolo, in Egitto sotto la schiavitù faraonica. L 'immagine usata per descrivere questo tormento è quella dell'aratura (v. 3): al suolo lacerato, squartato, straziato dalla lama dell'aratro o del legno appuntito subentra in dissolvenza il dorso umano di un prigioniero striato di sangue, scavato dai flagelli, straziato dalle torture. Ma il salmo nella seconda parte scivola verso la speranza ed è ancora un'immagine agricola a dipingere la svolta attesa, quella della mietitura che nella Bibbia è spesso segno del giudizio divino. I tetti delle case palestinesi erano spesso coperti di terra battuta. In occasione delle piogge primaverili su di essi si stendeva un velo di verde, fatto di erbe spontanee e di grano. Ma l'esiguità del terreno impediva che potessero attecchire pienamente crescendo in spiga o fiore. Così sarà il successo degli oppressori: un apparente fulgore, la fioritura d'un istante, ma nessuno potrà colmare il grembo quando mieterà quelle spighe.

GIOVANNI NICOLINI

on sarebbe una vera “salita” a Gerusalemme questo viaggio verso la Pasqua, se non fosse anche il ricordo realistico di una storia difficile, tribolata e angariata, nella quale Dio ha mostrato e attuato tutta la sua volontà di salvezza nei confronti del piccolo Popolo che Egli ha eletto come suo Popolo. Anche oggi facciamoci aiutare da Maria di Nazaret che nella casa di Elisabetta canta : “Il Signore ha guardato alla miseria della sua serva”, e a partire da questo ha interpretato tutta la storia ,anche una storia universale, come opera di liberazione e di riscatto a favore dei piccoli e dei poveri: tale è la storia della salvezza, la nostra storia! La “persecuzione” da parte del Male, di cui dicono i vers.1-2, ognuno di noi l’ha ben sperimentata, insieme appunto ai grandi regali ricevuti dal Signore: chi in una malattia, chi nei limiti della sua persona, chi in prove interiori di grande travaglio, chi in ingiustizie subite... Ma questi assalti negativi, dice il Salmista (Gesù stesso, ognuno di noi, il popolo di Dio, il popolo mondiale dei piccoli e dei poveri) “su di me non hanno prevalso”! Eppure sono state vicende e situazioni del tutto più forti di chi le ha subite: così dice il ver.3 con la veristica immagine di un campo arato che porta ancora “i lunghi solchi” che ricordano i mali subiti e attraversati! Il ricordo dell’antica schiavitù egiziana è il necessario punto di partenza della memoria pasquale della liberazione operata dal Signore che ha trasformato una moltitudine di poveri schiavi nel suo Popolo amato.
La giustizia di Dio non è la giustizia umana e mondana dove quasi sempre si giustifica e si razionalizza la potenza dei poteri forti. “Il Signore è giusto: ha spezzato le funi dei malvagi” (ver.4). Il dono della fede è liberazione! Ed è liberazione dal male e dalla sua potenza. Questo fa molto pensare noi, che forse spesso rischiamo di identificare la fede con un sistema di leggi e di regole che possono sembrare addirittura più dure – e persino disumane – delle “regole” del mondo, che sono certamente implacabili, ma che si servono di elementi seduttivi e ingannevoli. E’ dunque impossibile portare l’annuncio della fede se non è prima di tutto una buona notizia di liberazione e di libertà! Se ci sono “regole” della fede, non possono che essere regole per custodire la libertà che Dio ha donato.
I “nemici”, quelli che “odiano Sion”, cioè avversano l’elezione d’amore che Dio le ha donato, nemici morali e spirituali, economici e culturali... “si vergognino e volgano le spalle” (ver.5) davanti alla luminosa potenza della Buona Notizia evangelica. Di questi nemici viene mostrata la sostanziale fragilità: come “l’erba dei tetti: prima che sia strappata è già secca”! Non c’è neanche bisogno di strapparla, perché il Vangelo ne mostra la reale inconsistenza. Il male “non riempie la mano al mietitore né il grembo a chi raccoglie i covoni” (ver.7). Un pugno di mosche, dice il nostro linguaggio popolare. E certamente, davanti alla bellezza e alla bontà del Vangelo di Gesù, “i passanti (sono quelli che in qualche modo il male l’hanno magari anche conosciuto e subìto?) non possono dire: La benedizione del Signore sia su di voi, vi benediciamo nel nome del Signore”. Purtroppo talvolta vengono benedette le armi e difese le ingiustizie e le rapine!

ROBERTO TUFFARIELLO

Com’è forte quel v.3: “Sul mio dorso hanno arato gli aratori...” Gesù ha vissuto questa esperienza in modo drammatico; e anche ognuno di noi sa quali solchi sono stati scavati nel suo animo, nella sua esistenza, momenti di dolore, di fatica, per i “nemici” interiori a noi stessi e talvolta anche esteriori. Ma “il Signore è giusto”, è fedele nel suo amore e spezza le funi che ci legano e ci imprigionano. Il Male che ci assale è destinato a volatilizzarsi, come l’erba sui tetti che non ha radici e non si riesce nemmeno a mieterla o a raccoglierla. – Quella benedizione finale, che i passanti non possono dire, noi invece ce la possiamo ripetere a vicenda, come certezza e come augurio: “La benedizione del Signore sia su di voi...”

PERFETTA LETIZIA

Il personaggio del salmo è un pio Giudeo, che ritornato dall'esilio presenta le sue sofferenze ai primi consistenti gruppi di rimpatriati per attestare la sua fedeltà a Dio in mezzo alle più gravi sofferenze. Egli ha sofferto per la sua testimonianza a Dio. Egli non ha mai ceduto e di questo ne sono testimoni molti (“- lo dica Israele -”); e ora egli vuole sostenere i rimpatriati di fronte all'aperta ostilità dei popoli vicini, e di fronte alla sorgente idea di evitare lo scontro coi vicini, ma di concordare con loro per via di matrimoni con loro donne (Esd 9,1s; Ne 13,23), cadendo così in una loro astuta trappola (Cf. Ct 8,8-10).

Il salmista dice: “Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno scavato lunghi solchi”. Queste parole vogliono dire che egli è stato sottoposto alla crudeltà di essere stato messo sotto un giogo a tirare un aratro e mentre era flagellato. Ma alla fine Dio "ha spezzato le funi dei malvagi".

Il salmista si augura che avvenga una repentina disfatta di coloro che “odiano Sion”, in particolare il salmista intende quelli che compromettono dall'interno la compattezza di Israele legandosi ai pagani; che siano nemici interni di Israele lo si ricava dalla citazione della benedizione che veniva data dai passanti ai lavoratori dei campi, ricevendone il ricambio; tale benedizione non era data ai pagani.

“Siano come l'erba dei tetti...”. L'erba che cresce sui tetti delle case la cui manutenzione è trascurata, nessuno la va a raccogliere, perché subito appassisce. L'immagine è di un repentino perire dei nemici di Sion.

L'immagine dell'uomo che sotto il giogo ara è riferibile metaforicamente a Cristo, che sottoposto alla morte di croce ha arato questo povero mondo, affinché la sua Parola potesse attecchire e germogliare.

PADRE SALVATORE

Il Sal 129 fa parte dei cantici delle ascensioni. Cambia totalmente l’atmosfera serena creata dai due salmi precedenti. La fatica del cammino spinge i pellegrini a fare memoria di tutte le prove che ha subito Israele, fin dalla sua “giovinezza” cioè fin da quando, uscito dall’Egitto, visse il suo Esodo ed entrò, dopo tante traversie durate quarant’anni, nella Terra Santa. La certezza che il Signore, Dio fedele, libera sempre il suo Popolo, dà voce ai perseguitati, che s’esprimono con una imprecazione. I Padri, applicando il Sal 129 al Cristo, il cui “dorso è stato arato dai flagellatori”, ci aiutano ad imitare Gesù e a non escludere nessuno dalla benedizione, neanche i nostri persecutori.

CORSO BIBLICO (don Antonio Schena)

In questo Salmo ritorna nella mente dell’orante il passato (che il salmista chiama “la giovinezza”) doloroso di Israele, i ricordi di quelle stragi e distruzioni avvenute su Gerusalemme nel 586 a.C. ad opera di Nabucodonosor. Anche se pronunciato da un “io” (“molto mi hanno perseguitato”), in realtà il Salmo è una lamentazione nazionale molto intensa (si noti l’inciso: “lo dica Israele” v. 1) che si trasforma anche in una vibrata protesta, e si manifesta in un impasto di sentimenti ed emozioni che conoscono il dolore, ma anche la certezza dell’irruzione del Dio difensore delle vittime. Il testo è sostanzialmente basato su due movimenti. 1. Il primo (vv. 1-3) evoca la “giovinezza” di Israele, cioè il passato di oppressione, come si diceva, ed è segnato dal simbolismo agricolo dell’aratura: “Sul mio dorso hanno arato gli aratori (v. 3). Il terreno lacerato, squartato dalla lama dell’aratro o dal suo legno appuntito è simile a un dorso umano striato di sangue, scavato dai flagelli, straziato dalle torture degli aguzzini vincitori. 2. Quando entra in scena “Ywhè giusto” (v. 4), ecco apparire il secondo simbolo agricolo, usato però per definire il giudizio divino sugli oppressori. L’immagine è quella della mietitura: “Siano come l’erba dai tetti” (v. 6-7). I tetti delle case palestinesi erano spesso coperti di terra battuta. In occasione delle piogge, germogliava erba spontanea, ma, a causa della scarsità del terreno, non c’era possibilità che germogliasse nessuna spiga e nessun fiore. Nessun mietitore, quindi, si sarebbe potuto riempire il braccio con questi steli così da farne un covone. Così – si augura il salmista - sarà il destino dei nemici di Israele, quello di essere come un pugno di erba seccata prima di maturare. Saranno simili a una distesa di steli senza consistenza e frutto, davanti alla quale i passanti potranno solo ironizzare e maledire. Quando si attraversa un campo dorato di messi o si cammina nel terreno di un amico si pronunziano benedizioni perché Dio continui a fecondare e proteggere il campo e il proprietario. Ora, invece, davanti al campo simbolico dei persecutori “i passanti non possono dire: la benedizione del Signore sia su di voi...” (vv. 8-9). Con questa certezza nel giudizio del Signore si chiude questo lamento nazionale, che nella tradizione cristiana è diventato il canto del Cristo flagellato e crocifisso, sulla base anche di una connessione messianica con terzo carme del Servo di Ywhè: “Ho presentato il dorso ai flagellatori” (Isaia)

 

Dossologia

La speranza che mai tu deludi
a te, Padre, e al Figlio e allo Spirito
salmi e canti ci ispiri di gloria.

Preghiera

L'oppressione che i popoli dei poveri
patiscono ora nel mondo,
come pativa il tuo Israele
nella sua storia,
si muti, Padre, in liberazione di tutti,
in liberazione anche degli oppressori:
ogni anelito di libertà sulla terra
trovi il suo compimento
nel nome di tuo Figlio
che continua ad agonizzare in tutte le vittime.
Amen.

SALVA LA TUA CREATURA

Salva la tua creatura, Signore,
l'uomo che porta l'immagine tua:
che non rovini per sempre nel male
chi hai redento col sangue da morte.
Uomini schiavi, oppressi, malati,
uomini senza nessuna speranza:
turbe di Lazzari intorno ai palazzi,
morenti a turbe in mezzo ai deserti!
Ed altri uomini empi e rapaci,
tutti in peccato, sedotti e perduti,
e leggi ingiuste, torture, violenze,
e sempre il giusto che paga e muore.
Fa' della chiesa un paese di liberi,
una splendente città di salvati... P(Turoldo)

 

 

 

Inserito da  Giovedì, 19 Novembre 2015 Letto 286 volte
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