Salmo 130

Dal profondo a te grido

DALL'ABISSO

 Figlio Prodigo

No, non c'è notte da Innominato che non possa essere squarciata da una preghiera. Perché anche il disperato spera; anche il suicida spera. Pure la morte spera; e può essa stessa comporsi in un estremo De profundis. Anche il fiotto del sangue è un inaudito gemito. Anche chi grida a te da luoghi troppo profondi e ti dice di non ascoltar la tua voce, ti prega. E pure chi ti maledice, Dio, a suo modo ti innalza il suo De profundis assurdo. E, presente o assente che tu sia, sempre incombi dall'altro polo dell'abisso: ora muto come una lapide; ora tenero come una madre, gioioso di sentire pietà. Tu pure commosso e avvilito per questo infinito dolore del mondo; commosso per le tante vite infelici, colpevoli o innocenti che siano.

1 Canto delle salite.
Dal profondo a te grido, o Signore;
2 Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.
3 Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
4 Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.
5 Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
6 L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora,
7 Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
8 Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

COMMENTI 

RAVASI

Le 52 parole ebraiche del De profundis sono state ripetute, tradotte, commentate forse più di ogni altro salmo. Ed anche se spesso ridotta al rango di canto funebre, questa supplica resta uno splendido inno alla gioia del perdono. Questo grido che sale dai luoghi abissali del male nascosto nel cuore umano penetra i cieli e dalla colpa conduce alla grazia, dal peccato alla redenzione, dalla notte alla luce. Vorremmo solo fare due osservazioni su questa pagina così celebre e così nitida. La prima riguarda il v. 4. Il timore di Dio nasce per il salmi sta non dal giudizio ma dal perdono, proprio come suggerisce Paolo: «È la bontà di Dio che ti deve spingere alla conversione» (Romani 2,4). Il gesto del perdono deve incutere dolore per un amore offeso; più che la collera di Dio deve generare timore e dolore il suo amore disarmante. È più amaro colpire un padre che un sovrano inesorabile.
Il secondo dato che vogliamo sottolineare è racchiuso nell'immagine del v. 6. L 'attesa del perdono è il sospiro di tutto l'essere così come le sentinelle spiano il primo filo di luce dell'aurora che segna la fine delle paure notturne. Nella trepidazione c'è anche la certezza che il sole sempre spunterà col suo carico di luce e di vita. Ma il vocabolo «sentinelle» indica anche più genericamente «coloro che vegliano», forse anche i sacerdoti che nel Tempio attendono il giorno per poter presiedere - forse anche una sola volta in vita a causa del loro numero elevato - il culto d'Israele. Un'attesa santa e gioiosa dell'amore di Dio verso la sua creatura.

GIOVANNI NICOLINI

Apocalisse 2,24 parla di “profondità di Satana”. Questo mi fa ricordare una parola di commento di Giuseppe Dossetti a questo Salmo, dove egli insiste nel sottolineare appunto questa abissale bassezza nella quale si trova l’uomo in quanto tale, e non per particolari esperienze negative. Come la condizione umana, che don Giuseppe indicava presente nella letteratura russa come descrizione della condizione umana in quanto tale. Don Giuseppe parlava del discepolo di Gesù, e appunto da questa “bassezza” egli faceva partire ogni itinerario di conversione. Mi sembra si possa dire quindi che proprio la percezione di questa bassezza abissale è il punto di partenza e il principio di quella conversione a Dio che promuove in ogni persona il cammino del discepolato di Gesù. Appunto, “Dal profondo a te grido, o Signore” (ver.1). E possiamo notare come tale grido dal basso sia qui interno allo stesso versetto che pone anche questa preghiera come “canto delle salite”. Da qui, da questo “profondo”, viene questo grido. Da qui inizia il canto della salita.
Il ver.2 qualifica come “supplica” questo grido e questa “voce”, che si chiede a Dio di ascoltare. E questo grido della preghiera è la radicale alternativa alla situazione del peccatore che in sé è condizione di totale sconfitta: “Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere?” (ver.3). Tale sembra essere la condizione in cui ogni vicenda umana si trova. Per questo mi piace la versione italiana dal testo greco proposta da Suor Maddalena che alla domanda “chi potrà resistere?” fa seguire un “Sì!”, cui segue “perché presso di te è il perdono”, che pone un arresto e una radicale alternativa a quell’impossibilità di “resistere” davanti alla giustizia divina, che invece è possibile e reale perché, dice, “con te è il perdono: così avremo il tuo timore”. Il “tuo timore” è quel “timor di Dio”, che abbiamo già incontrato nel cammino di questi Salmi e che dice l’esperienza umile e tremante della presenza di Dio e della la potenza infinita della sua misericordia. Non un possesso nè una “garanzia”, ma l’incessante esperienza della sua bontà.
La distanza tra noi e Dio, che veniva descritta con termini “spaziali” (“dal profondo”), nella seconda parte del Salmo viene espressa in termini “temporali”. Il discepolo “spera” e “attende” (ver.5). La sua anima “è rivolta al Signore” e veglia nell’attesa di un “aurora” che è sempre al di là del tempo, e che non può che essere l’incessante andamento della preghiera e dell’intera esistenza del discepolo. Non si è mai arrivati. Anzi: più si approfondisce la comunione con il Signore, più si avverte la distanza che solo la sua misericordia può coprire, e la verità di una supplica e di un’invocazione incessanti, come respiro profondo e vero di tutta la vita del credente. Il contrario di certezze e sicurezze che direbbero un possesso, e quindi una relazione con un “idolo”, forse con la propria “auto-idolatria”(!), e non con il Signore buono e misericordioso.

MASO

‘L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora’
Mi è molto piaciuto oggi questo versetto.
Mi capita di lavorare la mattina presto,quando fa buio.
E spesso desidero e aspetto l’aurora,perchè tutto prende colore,luce,le persone si svegliano ed escono di casa..tutto torna alla vita.
La morte lascia lo spazio alla vita..tutto risorge.
Così mi è sembrata forte questa immagine del Signore che porta luce,calore e vita nelle nostre anime. Saremmo altrimenti nella notte delle colpe e della solitudine..ma lui viene a visitarci.

BENEDETTO XVI°

Questo è uno dei Salmi più celebri e amati dalla tradizione cristiana: il De profundis, così chiamato dal suo avvio nella versione latina. Col Miserere, esso è divenuto uno dei Salmi penitenziali preferiti nella devozione popolare.

Al di là della sua applicazione funebre, il testo è prima di tutto un canto alla misericordia divina e alla riconciliazione tra il peccatore e il Signore, un Dio giusto ma sempre pronto a svelarsi «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, cheperdona la colpa, la trasgressione e il peccato» (Es 34,6-7). Proprio per questo motivo il nostro Salmo si trova inserito nella liturgia vespertina del Natale e di tutta l’ottava del Natale, come pure in quella della IV domenica di Pasqua e della solennità dell’Annunciazione del Signore.

Si teme di perdere l’amore

Il Salmo 129 si apre con una voce che sale dalle profondità del male e della colpa (cf vv. 1-2). L’io dell’orante si rivolge al Signore dicendo: «A te grido, o Signore». Il Salmo poi si sviluppa in tre momenti dedicati al tema del peccato e del perdono. Ci si rivolge innanzitutto a Dio, interpellato direttamente con il «Tu»: «Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore» (vv. 3-4).
È significativo il fatto che a generare il timore, atteggiamento di rispetto misto ad amore, non sia il castigo ma il perdono. Più che la collera di Dio, deve provocare in noi un santo timore la sua magnanimità generosa e disarmante. Dio, infatti, non è un sovrano inesorabile che condanna il colpevole, ma un padre amoroso, che dobbiamo amare non per paura di una punizione, ma per la sua bontà pronta a perdonare.

Una salvezza individuale e collettiva

Al centro del secondo momento c’è l’«io» dell’orante che non si rivolge più al Signore, ma parla di lui: «Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora» (vv. 5-6). Ora fioriscono nel cuore del Salmista pentito l’attesa, la speranza, la certezza che Dio pronuncerà una parola liberatrice e cancellerà il peccato.
La terza ed ultima tappa nello svolgimento del Salmo si allarga a tutto Israele, al popolo spesso peccatore e consapevole della necessità della grazia salvifica di Dio: «Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe» (vv. 7-8).
La salvezza personale, prima implorata dall’orante, è ora estesa a tutta la comunità. La fede del Salmista si innesta nella fede storica del popolo dell’alleanza, «redento» dal Signore non solo dalle angustie dell’oppressione egiziana, ma anche «da tutte le colpe».
Partendo dal gorgo tenebroso del peccato, la supplica del De profundis giunge all’orizzonte luminoso di Dio, ove domina «la misericordia e la redenzione», due grandi caratteristiche del Dio d’amore.

Dio è capace di cambiamenti

Affidiamoci ora alla meditazione che su questo Salmo ha intessuto la tradizione cristiana. Scegliamo la parola di Sant’Ambrogio: nei suoi scritti, egli richiama spesso i motivi che spingono a invocare da Dio il perdono.

«Abbiamo un Signore buono che vuole perdonare a tutti», egli ricorda nel trattato su La penitenza, e aggiunge:
«Se vuoi essere giustificato, confessa
il tuo misfatto: un’umile confessione dei peccati scioglie l’intrico delle colpe...
Tu vedi con quale speranza di perdono ti spinge a confessare»
(2,6,40-41: SAEMO, XVII, Milano-Roma 1982, p. 253).

Nell’Esposizione del Vangelo secondo Luca, ripetendo lo stesso invito, il Vescovo di Milano esprime la meraviglia per i doni che Dio aggiunge al suo perdono:

«Vedi quanto è buono Iddio, e disposto a perdonare i peccati: non solo ridona quanto aveva tolto, ma concede anche doni insperati».

Zaccaria, padre di Giovanni Battista, era rimasto muto per non aver creduto all’angelo, ma poi, perdonandolo, Dio gli aveva concesso il dono di profetizzare nel canto: «Colui che poco prima era muto, ora già profetizza», osserva Sant’Ambrogio,

«è una delle più grandi grazie del Signore, che proprio quelli che l’hanno rinnegato lo confessino. Nessuno pertanto si perda di fiducia, nessuno disperi delle divine ricompense, anche se lo rimordono antichi peccati. Dio sa mutar parere, se tu sai emendare la colpa»
(2,33: SAEMO, XI, Milano-Roma 1978, p. 175).

Il Signore oggi ci promette il sole della sua misericordia!
Per noi e per tutti.
Israele attenda il Signore..più dell’aurora!!

CORSO BIBLICO

Questo Salmo del De profundis è uno dei più celebri della tradizione cristiana, divenuto col Miserere (Sal 50) uno dei sette Salmi penitenziali più cari alla pietà popolare. Il Salmo è stato come una lampada sempre accesa sulla via della conversione e della riconciliazione con Dio, e anche su quella che conduce alla morte cristiana, essendo divenuto un canto tipico della liturgia funebre 72 cattolica. Questo Salmo è una supplica aperta da una introduzione, che sale dai gorghi infernali della morte, del male e della colpa (vv. 1-2) e si sviluppa in tre strofe dedicate al tema del peccato, del perdono e della redenzione. 1. Si inizia con la prima strofa diretta al “tu” di Dio e collegata ai motivi spirituali della colpa, del timore e del perdono (vv. 3-4). Per il salmista è il perdono divino e non la condanna a generare il timore. La misericordia del Signore non deve spingerci a minimizzare la gravità del nostro peccato. Più che la collera di Dio deve provocare timore e dolore il suo amore infinito e disarmante. E’ più amaro e terribile colpire un padre amabile, che un re severo. 2. La seconda strofa ha al centro l’ “io” del salmista (vv. 5-6). La ripetizione dell’immagine delle sentinelle è segno di intensità. In questi versetti si intrecciano l’attesa, la speranza e la parola liberatrice che Dio offre al peccatore convertito. 3. L’ultima strofa coinvolge “tutto Israele” nei temi della colpa, della giustizia e della redenzione (vv. 7-8). Nelle strofe precedenti era di scena l’orante, ora è il popolo, nello spirito sempre comunitario della preghiera dell’Israele biblico. La salvezza personale viene inquadrata in quella “ecclesiale”. La fede del Salmista si profila sullo sfondo di quella storica del popolo dell’alleanza “redento” da Dio, che lo aveva riscattato dal male esterno della schiavitù egiziana e ora lo libera dal male interiore. Si fanno avanti, quasi personificate, due virtù divine: la “fedeltà” amorosa e misericordiosa e la “redenzione”, il riscatto che il padre compie nei confronti del figlio caduto in miseria e nella schiavitù. Partito da un abisso infernale, dal riconoscimento della propria colpa, il canto giunge fino all’orizzonte luminoso di Dio dove c’è perdono e grazia. L’orante conosce la propria fragilità, il rischio di essere assorbito nel gorgo profondo del male; sa che la grandezza divina non consiste in una fredda e maestosa santità, ma in una calorosa e dolce bontà, certo molto più ampia del peccato dell’uomo.

Dossologia

Al suo trono di grazia e d'amore
egli ha aperto per tutti la via:
con fiducia andiamo dal Padre,
e lo Spirito canti per noi.

Preghiera

Dio, abbi misericordia di noi
che siamo meschini e peccatori!
Dio, non guardare le nostre colpe,
ma guarda al volto sfigurato di tuo Figlio!
Dio, ti prego, guarda solo alla disperazione,
guarda al desiderio che qualcuno ha
perfino di morire!
Dio, se vuoi, guarda ai fanciulli,
guarda alle madri,
guarda ai poveri,
e dimentica, dimentica...
Guarda ai giusti
di ogni religione e di tutte le chiese!
Per te è un niente perdonare,
e tuo Figlio ha detto che nessuna festa
è pari alla festa che tu fai nei cieli
per un solo peccatore che si converta.
E allora per la tua gioia
e per la nostra pace
donaci la grazia di convertirci.
Amen.

 

 

 

 

Inserito da  Venerdì, 20 Novembre 2015 Letto 734 volte
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