Salmo 131

Lo spirito dell'infanzia

UN BIMBO IN BRACCIO A SUA MADRE

11 Madre con bambino

Come gli angeli volare
eternamente
immobili dentro il tuo gorgo
e contemplare i tuoi occhi.
Ancor più, ancor più e sempre,
o Dio, o Amato,
in ogni cosa piacerti!
Sensi di fanciullo ti chiedo,
di farmi interiore e mite,
e taciturno nella tua pace.
E di possedere un cuore chiaro.

 

1 Canto delle salite. Di Davide.
Signore, non si esalta il mio cuore
né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi
né meraviglie più alte di me.
2 Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.
3 Israele attenda il Signore,
da ora e per sempre.

COMMENTI 

RAVASI

La dolcissima immagine che regge le poche battute di questo salmo di fiducia hanno reso la preghiera in esso racchiusa una delle più care alla tradizione cristiana. È il canto di una fiducia spontanea ed assoluta, quasi istintiva, simile appunto all'aggrapparsi affettuoso e sereno del bambino alla persona che costituisce la sua sicurezza e la sua pace, cioè la madre. Non si tratta, però, come molti pensano, del bambino ancora allattato; il termine ebraico definisce il bimbo svezzato e l'immagine, allora, è quella molto orientale del bimbo che la madre porta sul dorso.
Si ha, quindi, un'intimità più cosciente. Isaia aveva già cantato il rapporto tra Israele e il suo Dio proprio sulla base della simbolica materna (49 , 15) e anche in alcune epigrafi egiziane si diceva: «Due volte felice colui che riposa beatamente sul braccio del dio Amon che ha cura del piccolo e del povero». A questa intimità, che non è compresa da chi ha il cuore gonfio d'orgoglio e mira a successi clamorosi, il poeta in finale chiama tutto Israele: «In Dio speri sempre Israele! » (v. 3).

GIOVANNI NICOLINI

Non è soltanto un invito all’umiltà il ver.1 del Salmo. Qui è fondamentale il chiarimento su quello che caratterizza in modo assoluto la fede ebraico-cristiana, e la contrappone sia all’ “istinto religioso”, sia alla grande tradizione delle spiritualità orientali, come l’induismo e il buddismo. Il cristianesimo, però, non ha sempre custodito quello che oggi noi riceviamo come contenuto essenziale di questa piccola straordinaria preghiera, che avverto come un vero “atto di fede”, una conferma e una sempre nuova “conversione”. La “religione” è nel suo istintivo sentimento una grande proposta di salita e di crescita, ma proprio questa ipotesi è ciò che nella rivelazione biblica, in quel testo fondamentale che è Genesi 3, diventa addirittura “il peccato originale”, l’origine di ogni peccato: la conquista di Dio, fino a diventare come Lui! Quindi, il “non si esalta il mio cuore” e le altre negazioni del ver.1, sono, “in negativo”, la presentazione e l’atto di fede della nostra tradizione spirituale. Dunque, non si diventa grandi né si cercano “cose grandi, né meraviglie più alte di me”. Il pericolo dell’idolatria e dell’auto-idolatria è altissimo.
La splendida immagine del bimbo svezzato in braccio a sua madre è invece la grande via della nostra fede e di tutta la nostra vita. Mi sembra che sia importante anche la precisazione che quel bimbo è “svezzato”: quello che era nel “lattante” un fatto biologico e istintivo, diventa norma e sapienza nella crescita della persona come nella vita della comunità credente. Bisogna rimanere piccoli e diventarlo sempre più! E di più! Questo è il fondamentale atteggiamento interiore di ognuno: vegliare a che la nostra anima, cioè la profondità della nostra persone e della nostra vita, sia sempre come “un bimbo svezzato in braccio a sua madre”. Mi piace la traduzione italiana della versione greca, che al ver.2 dice, reagendo all’ipotesi di crescita e di grandezza del ver.1: “No, sentivo umilmente e non ho innalzato l’anima mia...”. Credo importante considerare come parte essenziale di questa “piccolezza” che chiede l’umiltà, la nostra stessa vicenda di poveri peccatori!
Il ver.3 è appunto l’estensione a tutta la comunità dell’atteggiamento interiore profondo di ognuno. Piccoli, nella nostra consapevole e accolta piccolezza, attendiamo “il Signore, da ora e per sempre”.

ROBERTO TUFFARIELLO

Qualunque sia l’intenzione del salmista in quell’immagine del bambino svezzato, la possiamo estendere – io credo – alla nostra relazione con Dio: che bello essere come bambini svezzati, ma ancora impotenti, incapaci, nelle braccia del Padre nostro! Possiamo essere gioiosi e spensierati, perché lui provvede a tutto come la madre. Gesù ce lo ha insegnato: Dio ha cura di noi fin nelle più piccole cose; anche i capelli del nostro capo sono tutti contati; tutto si volge in bene per coloro che Egli ama e che hanno fiducia in lui.

BENEDETTO XVI

Poche parole, una trentina nell’originale ebraico del Salmo 130. Eppure sono parole intense, che svolgono un tema caro a tutta la letteratura religiosa: l’infanzia spirituale.

Il pensiero corre subito in modo spontaneo aSanta Teresa di Lisieux, alla sua «piccola via», al suo «restare piccola» per «essere tra le braccia di Gesù» (cf Manoscritto «C», 2r°-3v°: Opere complete, Città del Vaticano 1997, pp. 235-236).

Al centro del Salmo, che recitiamo ai Vespri del martedì della terza settimana del Salterio, si staglia l’immagine di una madre col bambino, segno dell’amore tenero e materno di Dio, come si era già espresso il profeta Osea:

«Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato... Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4).

L’orgoglioso non conosce Dio

Il Salmo si apre con la descrizione dell’atteggiamento antitetico rispetto a quello dell’infanzia, la quale è consapevole della propria fragilità, ma fiduciosa nell’aiuto degli altri. Di scena, nel Salmo, sono invece l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le «cose grandi e superiori» (cf Sal 130,1). È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli ebraici indicanti «altezzosità» ed «esaltazione», l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso.
La grande tentazione del superbo, che vuol essere come Dio, arbitro del bene e del male (cf Gn 3,5), è decisamente respinta dall’orante, il quale opta per la fiducia umile e spontanea nell’unico Signore.

L’abbandono sereno dello spirito

Si passa, così, all’immagine indimenticabile del bambino e della madre. Il testo originario ebraico non parla di un neonato, bensì di un «bimbo svezzato» (Sal 130,2). Ora, è noto che nell’antico Vicino Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa (cf Gn 21,8; 1 Sam 1,20-23; 2 Mac 7,27).
Il bambino, a cui il Salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai più personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente, anche se sempre immediato e spontaneo. È questa la parabola ideale della vera «infanzia» dello spirito, che si abbandona a Dio non in modo cieco e automatico, ma sereno e responsabile.

La speranza nasce dalla fiducia

A questo punto la professione di fiducia dell’orante si allarga a tutta la comunità: «Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130,3). La speranza sboccia ora in tutto il popolo, che riceve da Dio sicurezza, vita e pace, e si estende dal presente al futuro, «ora e sempre».
È facile continuare la preghiera facendo echeggiare altre voci del Salterio, ispirate alla stessa fiducia in Dio: «Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» (Sal 21,11). «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26,10). «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno» (Sal 70,5-6).

Il combattimento interiore

All’umile fiducia, come si è visto, si oppone la superbia. Uno scrittore cristiano del quarto-quinto secolo, Giovanni Cassiano,ammonisce i fedeli sulla gravità di questo vizio, che

«distrugge tutte le virtù nel loro insieme e non prende di mira solamente i mediocri e i deboli, ma principalmente quelli che si sono posti al vertice con l’uso delle loro forze».

Egli continua:

«È questo il motivo per cui il beato Davide custodisce con tanta circospezione il suo cuore fino ad osar proclamare davanti a Colui al quale non sfuggivano certamente i segreti della sua coscienza: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze»...

E tuttavia, ben conoscendo quanto sia difficile anche per i perfetti una tale custodia, egli non presume di appoggiarsi unicamente alle sue capacità, ma supplica con preghiere il Signore di aiutarlo per riuscire a evitare i dardi del nemico e a non restarne ferito: «Non mi raggiunga il piede orgoglioso»
(Sal 35,12)» (Le istituzioni cenobitiche, XII, 6, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo - Padova 1989, p. 289).

Analogamente un anziano anonimo dei Padri del deserto ci ha tramandato questa dichiarazione, che riecheggia il Salmo 130:

«Io non ho mai oltrepassato il mio rango per camminare più in alto, né mi sono mai turbato in caso di umiliazione, perché ogni mio pensiero era in questo: nel pregare il Signore che mi spogliasse dell’uomo vecchio» (I Padri del deserto. Detti, Roma 1980, p. 287).

PADRE SALVATORE

Il salmo 131 (130) è l’icona perfetta della fiducia, quella che può avere un bambino nei confronti della mamma. Esso esprime i sentimenti profondi di uno degli “anawim”, i poveri di Jhwh, che, anche se provati dalla vita (= lo svezzamento), sanno credere a quegli oracoli di consolazione con cui Dio descrive se stesso come una madre (Is 66,11.13; 49,15), e, conseguentemente, accettano di rimanere piccoli.

Il bambino a cui s’identifica l’orante non è più lattante ma svezzato. Tenendo conto che per la cultura biblica, come testimoniano le storie di Isacco (Gen 21,8), di Samuele (1Sam 1,20-23), e dei Maccabei (2Mac 7,27), l’allattamento poteva durare fino ai tre anni, il bambino ci cui si parla non confonde più il cibo con chi glielo dona, ma sperimenta e gode dell’affetto reciproco, per il valore che esso ha in sé. Fa già un’esperienza di tipo “interpersonale”.

CHARLES DE FOUCAULD (testimonianza)

L’ultima fotografia dell’eremita del Sahara,  lo ritrae invecchiato, anzi tempo, per le fatiche e le austerità del deserto, ma evidenzia, quasi per contrasto, uno sguardo e un sorriso luminosi, come quelli d’un bambino, può essere la trascrizione concreta del salmo 131.

Il convertito che a Nazaret poteva passare ore intere, nella cappella delle Clarisse, a gustare il puro latte spirituale dell’adorazione, è stato oramai svezzato dalle prove e dalle difficoltà incontrate per attuare la sua singolare vocazione. Ora, tra i suoi Tuareg, può vivere lo stesso abbandono di Gesù al Padre, che prima aveva così profondamente meditato (cf. la famosa preghiera d’abbandono). Ora divenuto veramente “fratello universale” può affidarsi, anche lui, alla misericordia divina, non più per farsi perdonare, ma per farsi rigenerare dalle viscere materne di Dio.

Approfondiamo il salmo con l’aiuto dei Padri della Chiesa

Non si leva con superbia il mio sguardo

“Il pubblicano... non ardiva neppure alzare lo sguardo” (Lc 18,13), anticipando l’insegnamento paolino: “Non aspirate alle cose alte” (Rm 12,16).

“Sono le parole del giusto che non s’inorgoglisce tra le grazie divine” (ORIGENE). Ma anche “dell’uomo che si sente perdonato, il quale non deve esaltarsi per questo, ma avere dei pensieri umili: non sono degno di te, Signore” (ATANASIO).

Come bimbo svezzato in braccio a sua madre"

“Come bambini appena nati, siate bramosi del latte spirituale” (1Pt 2,2); perché “se non diventerete come bambini...” (Mt 18,3). Mentre se ci facciamo “piccoli” saremo “coccolati” da Dio, come Egli stesso ci assicura: “Come una madre consola il figlio, così io vi consolerò” (Is 66,13).

Lo “svezzamento” è visto dai Padri come il periodo della maturità cristiana, acquisita attraverso l’umiltà e la pazienza nelle prove della vita.

“Ho assunto la virtù contraria all’orgoglio, per quanto è possibile umanamente. Sono divenuto umile come un bambino che pende dal seno di sua madre: questi non ha arroganza e realizza il massimo d’innocenza e semplicità. Tale è il mio atteggiamento di fronte a Dio: mi aggrappo a lui. Svezzato: separato da lui, non mi resta che una grande afflizione, angoscia e un grande dolore, tutto è perduto” (CRISOSTOMO).

“Dio ci vuole umili e ci vuole alti: umili, per evitare la superbia; alti per acquistare la sapienza... Accetta il latte; crescerai certamente e potrai mangiare il pane. Dio ti darà ciò che si dà al bambino svezzato dal latte materno: ti renderà capace di mangiare il pane. Infatti quando avviene lo svezzamento, il bambino non è più un bambino, è già grandicello. Se lo si slattasse nella prima infanzia, morirebbe. Dunque, fratelli, dovete stare in guardia e temere di essere svezzati anzitempo: potreste morire di fame! Prima di raggiungere la Sapienza, praticate i precetti dell’umiltà (AGOSTINO).

Dossologia

Ci renda fanciulli la grazia,
ci colmi la gioia di vivere:
l'amore per tutti i fratelli
ci ispiri inni e salmi di gloria.

Preghiera

E dunque, fa' di noi dei fanciulli
che solo di te si fidano, o Dio:
e sereni affrontino i giorni;
e tornino la notte come
gli uccelli tornano ai loro nidi:
e tu a raccoglierci ogni notte
all'ombra delle tue ali.
Amen.

 

 

 

 

 

 

 

Inserito da  Venerdì, 20 Novembre 2015 Letto 1163 volte
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