Salmo 132

Per l'anniversario del trasferimento dell'arca

UNA CASA PER IDDIO

DavideMessia

«Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa...» (1Re, 8,27).

 

1 Canto delle salite.
Ricòrdati, Signore, di Davide,
di tutte le sue fatiche,
2 quando giurò al Signore,
al Potente di Giacobbe fece voto:
3 «Non entrerò nella tenda in cui abito,
non mi stenderò sul letto del mio riposo,
4 non concederò sonno ai miei occhi
né riposo alle mie palpebre,
5 finché non avrò trovato un luogo per il Signore,
una dimora per il Potente di Giacobbe».
6 Ecco, abbiamo saputo che era in Èfrata,
l’abbiamo trovata nei campi di Iaar.
7 Entriamo nella sua dimora,
prostriamoci allo sgabello dei suoi piedi.
8 Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo,
tu e l’arca della tua potenza.
9 I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia
ed esultino i tuoi fedeli.
10 Per amore di Davide, tuo servo,
non respingere il volto del tuo consacrato.
11 Il Signore ha giurato a Davide,
promessa da cui non torna indietro:
«Il frutto delle tue viscere
io metterò sul tuo trono!

12 Se i tuoi figli osserveranno la mia alleanza
e i precetti che insegnerò loro,
anche i loro figli per sempre
siederanno sul tuo trono».
13 Sì, il Signore ha scelto Sion,
l’ha voluta per sua residenza:
14 «Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre:
qui risiederò, perché l’ho voluto.
15 Benedirò tutti i suoi raccolti,
sazierò di pane i suoi poveri.
16 Rivestirò di salvezza i suoi sacerdoti,
i suoi fedeli esulteranno di gioia.
17 Là farò germogliare una potenza per Davide,
preparerò una lampada per il mio consacrato.
18 Rivestirò di vergogna i suoi nemici,
mentre su di lui fiorirà la sua corona».

Gloria a te, Padre, che scegli sempre i piccoli e gli ultimi.

Lode a te, Figlio, che hai fatto della croce il tuo trono.

Onore a te, Spirito, che ci rivesti di salvezza. Amen.

COMMENTI

RAVASI

Testo molto complesso e arcaico, questo «cantico delle ascensioni» sembra essere un inno liturgico per la processione dell' arca e per la dinastia davidica, le due «sedi» della presenza divina a Gerusalemme, nello spazio e nella storia. Il carme è articolato su due tavole che contengono due giuramenti. Il primo (vv. 1-10) è quello che Davide rivolge a JHWH: «Che mai abbia una casa... finché non trovi una tenda per il Dio di Giacobbe» (vv. 3-5). Si evoca, così, l'atto di Davide descritto in 2 Samuele 6 allorché il sovrano di Giuda trasferì l'arca dalla regione di Efrata, attorno a Betlemme, e precisamente dalle compagne di Iaar (Kiriat-Jearim) a Gerusalemme, la nuova capitale, da poco conquistata. Il primo quadro tratteggia la processione commemorativa di quell'evento coi suoi cori, coi sacerdoti, con l'assemblea. Il secondo giuramento è, invece, fatto da Dio nei confronti di Davide e della sua dinastia: «Se i figli tuoi saranno fedeli, sul trono tuo staranno per sempre» (v. 12). Si riprende qui la promessa di Natan citata da 2Samuele 7 e nel Salmo 89 e la si vincola alla fedeltà alla legge divina. Alla proclamazione della promessa segue un coro sacerdotale di acclamazioni che si chiude con le immagini della luce e della vita: la lampada, lo splendore del diadema e il fiorire della potenza di Davide diventano nella liturgia del Tempio un segno della speranza messianica.

GIOVANNI NICOLINI

E’ un reciproco ricordo quello che questa preghiera vuole offrire: ricordi il Signore (ver.1), e ricordiamo noi! Così è ogni nostro ingresso nella Parola e nella Liturgia. Tale reciprocità esprime potentemente l’incontro e lo “scambio” tra Davide e il Signore. Riascoltare oggi 1Cronache 17, 1 -15 è molto importante, perché quel testo “drammatizza” in termini più diretti quello che qui è più raccolto nell’insieme dell’evento che viene ricordato ai vers.2-5, e cioè il forte desiderio di Davide di costruire una casa per il Signore, e la realtà profonda del dono divino di una casa per l’uomo e per il suo incontro con il suo Signore, come sembra di cogliere al ver.7. Sotto e dentro a questa “conversazione” sta la meraviglia di una “casa” dove Dio e l’umanità si incontrano. Questo è per i discepoli di Gesù il grande annuncio del Signore nell’incontro di Maria di Nazaret con l’Angelo mandato da Dio. Dunque, noi entriamo “nella sua dimora”(ver.7), ed Egli sorge “verso il luogo del suo riposo” (ver.8).
E’ questa la festa del grande incontro tra Dio e noi: Gesù! Egli è per i suoi discepoli il vero “tempio”, dove appunto avviene il pieno e definitivo incontro. Quello che l’Evangelista Giovanni annuncia con le parole: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv.1,14). “Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono” (ver.11) è la promessa divina del nostro Salmo che l’Evangelista Luca annuncia nelle parole di Gabriele a Maria di Nazaret: “Ed ecco, concepirai un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo”. E’ dunque un grande regalo celebrare questo Salmo proprio oggi, Festa dell’Annunciazione del Signore.

La seconda parte del Salmo ci offre l’attenzione al rapporto importante tra l’elezione e il dono di Dio, nei confronti della nostra storia; la storia del suo popolo e di ognuno di noi. Quel “se” del ver.12 è molto importante! L’alleanza del Signore e i suoi precetti (ver.12), la scelta di Sion come residenza di Dio, e come luogo del suo riposo (vers.13-14), e quindi tutto il bene che il Signore continuerà a donare (vers.15-17), tutto questo sarà sempre presente e offerto al suo amato popolo. Che peraltro avrà la responsabilità della sua stessa libertà. Responsabilità di non smarrire il dono ricevuto: se custodiranno l’alleanza e i precetti del Signore ! Dunque la responsabilità morale di ciascuno e di tutti è quella di custodire il dono ricevuto e vivere in esso: in tutta la sua bellezza e bontà, e in tutto l’impegno che ne consegue. Un grande teologo del secolo scorso ribadiva che “Ecclesia est sempre reformanda”, e ciascuno di noi sa bene che la vita è un cammino incessante di conversione e di custodia del dono del Signore.
L’eredità da custodire non consiste infatti in oggetti e prescrizioni, quanto nella presenza stessa del Signore nella nostra vita e nell’azione di salvezza e di amore che Egli incessantemente offre. E cita le attenzioni privilegiate di Dio: i poveri, i sacerdoti, i fedeli. Il ver.17 sembra alludere ad un futuro. Sembra profetizzare una pienezza del dono divino: il “germogliare di una potenza per Davide” e la preparazione di “una lampada per il mio consacrato”. Mi affascina e mi commuove che il termine che significa e indica il “Consacrato” sia reso nelle versioni con “il mio Cristo”. E’ veramente Gesù la pienezza del dono divino e la luce meravigliosa della nostra salvezza. Chiediamo di non chiuderci nella triste cerchia dei suoi nemici (ver.18) e di poter essere partecipi del gioioso e glorioso fiorire della corona di santità del nostro Gesù.

PERFETTA LETIZIA

Questo salmo è stato indubbiamente scritto in un momento di difficoltà grave, come rivelano le parole di supplica: “Non respingere il volto del tuo consacrato”.

Da tutto l'insieme si è condotti a identificare il “consacrato” con il re Giosia (640-609). Egli si impegnò ad arginare il male seminato dal re Manasse (687-642), causa di un incombente rigetto della tribù di Giuda e della città di Gerusalemme (2Re 21,10s; 23,27). Il re si rivolge a Dio facendo appello allo zelo di Davide, alla sua promozione del culto, che egli ha imitato; da ciò la speranza di essere esaudito nel suo desiderio di non vedere colpita Gerusalemme. Il re si appella alle promesse solenni fatte da Dio a Davide: “Il Signore ha giurato a Davide, promessa da cui non torna indietro: <Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono!>”. Queste promesse lo aprono al futuro Messia, che avrà “una lampada”, cioè un popolo rinnovato, capace di grande amore a Dio (Cf. 1Re 11,36; 15,4; 2Re 8,19; 2Cr 21,7).

Il salmo, dopo aver presentato il voto di Davide, presenta il giubilo del ritrovamento da parte dei ricercatori e il loro invito ad entrare nella “sua dimora”, cioè il luogo provvisorio dove era stata posta l'arca (1Sam 7,1), a prostrarsi davanti “allo sgabello dei suoi piedi”, cioè l'arca. “Iàar” è un toponimo legato a “Kirjat-Iearim” (la città delle foreste).

Segue il giubilo dell'ingresso solenne dell'arca in Gerusalemme, luogo del riposo di Dio dopo tanto pellegrinare dell'arca: “Sorgi, Signore, verso il luogo del tuo riposo, tu e l'arca della tua potenza. I tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia...”.

Il salmo ancora si sofferma sulla stabilità di Sion, basata sulle promesse di Dio: “Il Signore ha scelto Sion, l'ha voluta per sua residenza: <Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: qui risiederò perché l'ho voluto>”.

Il salmo si apre alle future benedizioni di Dio su Gerusalemme e con ciò presenta i tempi messianici.

"Là farò germogliare una potenza per Davide", poiché in Sion fiorirà la potenza del Messia. Il Signore preparerà “una lampada” al suo consacrato, cioè la Chiesa, che gli sarà lampada rendendogli onore e gloria (Cf. 1Re 11,36). I nemici del “consacrato”, cioè Cristo, saranno sconfitti, e su di lui, vincitore, “splenderà la sua corona”, cioè la corona che il Padre gli darà (Mt 28,18).

Cristo sconfiggerà i suoi nemici, cioè coloro che, pur amati, pur illuminati dalla sua parola e dal suo esempio, si sono induriti all'estremo, sia uccidendolo, sia seminando menzogna sulla sua risurrezione (Mt 28,13), sia - ora - cercando di fermare, di sopprimere, la Chiesa. Cristo ha sconfitto il nemico primo, cioè Satana. La corona che splenderà sul suo capo è il potere che il Padre gli ha dato in cielo e in terra (Mt 28,18).

Dio dimora, e dimorerà sempre, nella Chiesa; la Chiesa, che è luce del mondo: “la lampada”.

I propositi di Davide devono essere i nostri. Non possiamo darci riposo fin tanto che Dio non dimori nel cuore di tutti gli uomini.

Il desiderio che “i tuoi sacerdoti si rivestano di giustizia ed esultino i tuoi fedeli”, cioè siano santi e per questo nella vera letizia, deve essere il nostro costante desiderio.

PADRE SALVATORE

Il Sal 132 fa parte, come dice il suo stesso titolo, della collezione dei Canti delle ascensioni.

È citato due volte negli Atti degli Apostoli, a proposito di Gesù, “figlio di Davide”, vero termine delle promesse messianiche (At 2,11; 7,46). In questo salmo le promesse fatte da Dio a Davide e alla sua discendenza (2Sam 7,1+), sono presentate come la risposta divina a un giuramento prestato dallo stesso Re di Giuda. Il Tempio, la casa di Dio, è il segno esterno dell’alleanza tra Jhwh e Davide. Quando, però, il Tempio sarà distrutto e si estinguerà la monarchia davidica, le promesse di Dio saranno lette in chiave messianica.

Questo salmo graduale descrive l’esperienza di ogni pellegrino che cammina verso il Tempio e che si sente accanto, come compagno proteso verso la stessa meta, il Dio dell’Esodo.

Come tutti i salmi delle ascensioni, il poema s’adatta al cammino interiore di ogni credente. Per questo M. BUBER, ne I racconti dei Chassidim, scrive:«Quando rabbi Baruch arrivava alle parole del salmo. “Non darò sonno ai miei occhi, né riposo alle mie palpebre, fino a che non abbia trovato una dimora a Dio” (Sal 132,4-5), si fermava e diceva a se stesso: fino a che trovo me stesso e faccio di me una dimora pronta ad accogliere la Shekinah». Alle stesse conclusioni arrivavano sant’AGOSTINO e san GIROLAMO. Quest’ultimo scrive, nel suo commento al Sal 131: «La dimora (per il riposo di Dio) è stata trovata in Sion, nella Chiesa e nell’anima purificata».

Il Sal 132 può farci percepire la coincidenza di due desideri, quello di Dio proteso verso l’uomo e quello dell’uomo che vuole avere accanto a sé il suo Dio. Dio“desidera”, vuole abitare con l’uomo. Solo quando realizza questo “sogno” Egli trova «riposo». Questa ricerca di un luogo, da parte di Dio, viene personificata dalla Sapienza in Sir 24,7-8, e trova riscontro nei discorsi sull’immanenza che Gesù fa dopo l’ultima Cena (Gv 14,23). Così al non - riposo di Davide (v. 4 del nostro salmo), fa riscontro il riposo di Jhwh (v. 8. 14). Non solo l’uomo ma anche Dio potrebbe dire, con AGOSTINO: «Il mio cuore è inquieto, finché non trova riposo in te», finché in te, nel tuo animo, nel tuo cuore, non trova il luogo dell’accoglienza calda e fedele (cf. Ap 3,20).

Poiché Gesù è, insieme, uomo e Dio, in lui s’incontrano i due desideri, e noi pregando il Sal 132 possiamo dargli non soltanto una valenza cristologica ma anche mistica: «Ricordati, Signore, di Davide, di tutte le sue prove» = «Ricordati, Padre, di Cristo, tuo Figlio, dalla nascita nella povertà, sino alla morte in croce»;che tutto ciò non sia reso vano dalla mia superbia. O, come canta la stupenda strofa del Dies irae, rivolgendosi al Cristo: «Recordare, Iesu pie, / quod sum causa tuae viae, / ne me perdas illa die. Quaerens me sedisti lassus, / redemisti crucem passus; / tantus labor non sit cassus»

Dossologia

Avrà il trono di David suo Padre,
e non vedrà il suo regno più fine:
or l'universo è il nuovo suo tempio,
tutta la storia lo chiami «Signore».

Preghiera

Dio che l'intero universo racchiudi nell'atomo,
Dio che fai dell'uomo
il riassunto cosciente dell'universo,
e della piccola ostia fai
il dono più grande fra tutti i tuoi doni,
perché nell'ostia racchiudi te stesso:
fa' del cuore dell'uomo il tuo tabernacolo
e di tutta l'umanità il tuo tempio,
ora che il velo del tempio di pietre si è rotto
e la tua gloria si posa sopra la croce,
là dove ogni vita umana
si immola per amore.
Amen.

DIO ABITA ANCHE UN LEGNO CAVO

Una casa per Iddio? «La sua casetta era una capanna col tetto di paglia; il giardino un perfetto triango10; e la capanna poggiava sull'ipotenusa. E anche lui quando se ne stava seduto immobile sulla porta della capanna, sembrava un fiore, con quelle precise pieghe del suo abito bianco...

Accanto, il tempio, appoggiato sopra una lievissima altura, era di una architettura celeste: dal muricciolo, pareva sostenuto da ali di farfalle... Il bonzo e Ila casa e il giardino non erano molte cose, ma una sola: tutte unite alla sua persona e viventi una comune vita. E così i colori, e la luce e la campagna intorno. Dio mio, come ricordo bene queste cose!

- Come deve essere piccolo il tuo Dio -, gli dissi un giorno dalla finestrella.

- Tutto è questione di misura - mi rispose.

Un altro giorno mi disse (perché parlava veramente poco), che Dio poteva essere anche un granello di sabbia, una pupilla d'occhio di colomba, o anche solo il respiro di un uomo. Perciò bisognava essere molto, molto composti.

Una sera mi disse: - Vedi quella luce tra le foglie di susino? - e si prostrò fino a terra a lungo, immobile, fino a quando la luce era scomparsa.

Un'altra sera mi decisi. Era una divina sera. E noi stavamo, come al solito, seduti dopo il desinare, sul sedile di pietra. Mi chinai fino a terra e gli baciai la punta della pantofola di velluto. Oh, ricordate, per favore, anche voi il sorriso di Tsurayuki quella sera! Disse, sempre nel modo più naturale: - Dio abita anche un legno cavo, né sappiamo cosa e come vi operi dentro». ( Padre Turoldo)

 

 

 

 

Inserito da  Sabato, 21 Novembre 2015 Letto 654 volte
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