Salmo 133

La vita fraterna

fratelli

«Allora David intonò questo lamento: - O monti di Gelboe non più rugiada ne pioggia su di voi, ne campi di primizie, perché qui fu avvilito lo scudo degli eroi... - Saul e Gionata, amabili e gentili, ne in vita ne in morte furon divisi; erano più veloci delle aquile, più forti dei leoni... - Gionata, per la tua morte sento dolore; l'angoscia mi stringe per te, fratello mio Gionata! la tua amicizia era per me preziosa più che amore di donna» (2Samuele 1,17-26).

1 Canto delle salite. Di Davide.
Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme!
2 È come olio prezioso versato sul capo,
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
3 È come la rugiada dell’Ermon,
che scende sui monti di Sion.
Perché là il Signore manda la benedizione,
la vita per sempre.

Lode a Te, Trinità santissima,

che sei lo stare insieme perfetto,

nell’Amore reciproco.

Ogni famiglia e Comunità,

ti glorifichi, imitando il tuo amore. Amen.

 

COMMENTI 

RAVASI

Se volessimo trascrivere questo canto della fraternità dell'Israele di Dio in chiave cristiana potremmo usare le parole di Gesù nel testamento dell'ultima sera della sua vita: «Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, dall'amore che avrete a vicenda» (Giovanni 13,35). Il tema del salmo è commentato attraverso una duplice simbologia. Innanzitutto l'olio profumato usato nella consacrazione dei sacerdoti (Aronne, il fondatore del sacerdozio ebraico): esso penetra nel corpo e nelle vesti santificando e trasformando la creatura. C'è poi il simbolo della rugiada dell'Ermon, il monte settentrionale della Palestina (2760 metri): un'immagine di freschezza in un mondo assolato e bruciato. Con un'iperbole s'immagina che questa rugiada sia come un'inondazione che dal nord della Palestina scende al sud a bagnare anche l'arida Gerusalemme. L 'amore fraterno è, quindi, fonte di santità e di vita in un mondo dissacrato e morto.

GIOVANNI NICOLINI

E’ “bello” e “dolce” che i fratelli vivano insieme! La precedente versione diceva che è “buono” e “soave”. Cito volentieri anche questa versione non perché una mi sembri migliore dell’altra, ma perché mi pare sia bello cogliere questo dono immenso in tutta la sua ricchezza. A questo, aggiungo una considerazione che mi sembra legittima: forse non è assolutamente necessario e strettamente dovuto che i fratelli “vivano insieme”. Ma quanto tutto è molto triste e difficile quando per qualche motivo interiore o esterno questo non si dà! L’espressione “vivano insieme” rimanda ad un passo che abbiamo incontrato nel Sal.121(122),3, dove si dice che “Gerusalemme è costruita come città salda e compatta”, ma dove è del tutto preferibile rendere con “Gerusalemme costruita come città, di cui si partecipa tutti insieme”: quanto ha patito e quanto patisce Gerusalemme di non essere “città di cui si partecipa tutti insieme”. Ma non la si può pensare e desiderare che così! E mi piace sottolineare che il termine italiano “insieme” è reso nelle versioni latine con “in uno” nella traduzione dall’ebraico, e con “in unum” nella traduzione dalla versione greca: così, si specifica che questa è la sua reale profonda fisionomia, e che peraltro tale comunione fraterna è sempre crescente, sempre in una dinamica di pienezza! Penso che pregare dolcemente e appassionatamente con queste parole sia di grande luce, pace e gioia, sia in una comunità fraterna come quella nella quale io vivo per grazia di Dio, sia nella divina bellezza e bontà del matrimonio e della famiglia. E chi per qualche motivo dovesse ascoltare questa Parola di Dio in una non voluta solitudine? Credo che in simili frangenti dobbiamo ricominciare a sperare e a confidare che stiamo in ogni modo tutti camminando verso la pienezza della comunione d’amore. Anche quando celebriamo in noi stessi e nella nostra esistenza la solitudine del Signore sulla Croce.
E poi le due “immagini” di questa felice realtà ed esperienza. La prima immagine è quella dell’ “olio prezioso versato sul capo”, unzione sacerdotale e consacratoria che dal capo scende sulla barba di Aronne e poi “sull’orlo della sua veste” (ver.2). E così esprime efficacemente il crescere e il dilatarsi della comunione fraterna nella persona e nella vicenda di chi ha ricevuto tale meraviglioso dono. Dunque un dono, quello della comunione fraterna, che colloca in un’esistenza assolutamente privilegiata e vicina alla vita stessa di Dio. Di seguito, la seconda immagine: “la rugiada dell’Ermon che scende sui monti di Sion” (ver.3), per dire che tutta la creazione e tutta la storia possono e devono essere colte e accolte non più nella drammatica prospettiva dell’odio e della guerra, ma nella bellezza e nella dolcezza di una comunione d’amore che, a partire dalla creatura umana, scende e avvolge la creazione e la storia rivelandone e donando loro il mistero dell’amore stesso di Dio.

PADRE SALVATORE

Il Salmo 133 (132) è uno degli ultimi salmi delle ascensioni, le preghiere che scandivano il pellegrinaggio alla Città Santa, Gerusalemme. Esso esprime bene la gioia di ritrovarsi insieme, nel Tempio, davanti al Volto di Dio.

Dalle figure simboliche utilizzate dal Salmo si evince che l’amore fraterno

è qualcosa di sacro, come l’olio che consacrò Aronne (v. 2),

è qualcosa di vitale, come la rugiada di un monte pingue, l’Ermon (v. 3).

Esso è una benedizione che attira tutte le benedizioni (v. 4; cf. Mt 18,19-20).

La fraternità che Dio suscita in chi fa esperienza di Lui, nel Tempio, dissolve ogni conflittualità e tutti, con le loro diversità, formano la comunità ideale.

A questo modello si rifanno:

Gesù, che nel discorso ecclesiale assicura: “Dovunque due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Per questo, prima di morire, prega il Padre che i suoi discepoli “siano uno, come noi ” (Gv 17,22).

Luca, che negli Atti degli Apostoli ci presenta la prima Comunità cristiana unanime e concorde (At 2,42-46).

La Tradizione Monastica, che nelle varie Regole cita esplicitamente questo Salmo.

Per questo ATANASIO e GIROLAMO affermano: “Questo salmo è appropriato soprattutto alla vita monastica”. E AGOSTINO: “Dal canto di questo salmo sono stati sollecitati i fratelli che desideravano vivere nell’unità; a questo grido dello Spirito Santo, i dispersi si sono riuniti... questo versetto ha popolato i monasteri”.

A chi obietta che monaco vuol dire solitario, perciò avulso dalla comunità, il Vescovo d’Ippona risponde: “Cosa significa la parola monaco? Mònes: solo. Monaci sono coloro che vivono insieme in modo da formare un cuore e un’anima sola”.

Il Dottore della grazia, ci tiene, però, a precisare: “È la grazia di Dio che fa abitare insieme i fratelli: non lo possono per le loro forze né per i loro meriti, ma solo per la grazia che è come la rugiada del cielo (Sal 133,3). Quanti intendete vivere nell’unità, dovete chiedere questa rugiada, altrimenti non potrete mantenere i voti della vostra professione, non potrete neppure avere il coraggio di fare la professione e non potrete perseverare. Quando non c’è la perfetta carità di Cristo, è cosa odiosa l’abitare insieme: ci si odia, ci si creano delle molestie, si spia ciò che dicono gli altri”.

Invece, “Tra i fratelli che abitano insieme nell’unità, c’è la benedizione (Sal 133,4). Sono questi che benedicono il Signore; ove c’è discordia, infatti, non si è in grado di benedire”.

Ai nostri giorni, nella sua opera “La vita comune”, DIETRICH BONHOEFFER, proprio partendo dal Sal 133,1, afferma che l’attuazione piena della fraternità cristiana ha una dimensione escatologica. “Se, nel periodo che intercorre tra la morte di Cristo e il giudizio universale, dei cristiani già da qui possono vivere insieme con altri cristiani in una comunità visibile, questa è solo un’anticipazione concessa per grazia di Dio. È per la grazia di Dio che una comunità può riunirsi visibilmente, in questo mondo, attorno alla Parola e al sacramento... Perciò, chi fino ad ora può godere di una vita cristiana insieme con altri cristiani, glorifichi la grazia di Dio dal più profondo del suo cuore e ringrazi Dio e riconosca che è grazia, null’altro che grazia se oggi ancora possiamo vivere in comunione con fratelli cristiani”.

Ciò che i Padri dicevano per le comunità monastiche e Bonhoeffer affermava per le comunità ecclesiali, oggi si deve dire per le famiglie cristiane che vogliono attuare, nel tempo, gli impegni del sacramento del matrimonio. Già CASSIODORO era arrivato alle stesse conclusioni: “Non si deve dire che questo salmo sia appropriato solo alla vita nei monasteri, perché tutti sono chiamati alla carità perfetta”.

In questa prospettiva teologica, il detto attribuito a san STANISLAO KOSTKA, per il quale “la vita comune è il massimo della penitenza”, va riletto in senso evangelico. Esso non può voler dire che “lo stare insieme è il più grande dei sacrifici”, quanto, piuttosto che “per vivere fraternamente insieme, occorre la piena e continua disponibilità al sacrificio”. In questo contesto penitenza non significa tanto fatica o sofferenza, quanto piuttosto il “cambiamento di mentalità” richiestoci dal Cristo (Mc 1,15).

Allora, pur con tutti i nostri limiti, in famiglia, in Comunità, in parrocchia... sapremo imitare Gesù nell’amore più grande, quello che sa dare la vita per i propri amici(Gv 15,13).

Allora, anche a noi, “ il Signore donerà la benedizione e la vita per sempre” (Sal 133,4).

CORSO BIBLICO

Questo inno della gioia fraterna sembra essere quasi la raffigurazione dello spirito che deve unire la processione dei pellegrini che ascendono (questo, infatti, è il quattordicesimo dei 15 “cantici delle ascensioni”) al tempio dalle varie regioni e dai villaggi della terra Santa e della diaspora ebraica. Ne nasce un ritratto ottimistico di un Israele unito e di una comunità credente in cui regna la serenità e la pace. E’ naturale che questo Salmo nel cristianesimo sia stato ripreso e riattualizzato come ideale della vita religiosa comunitaria. S. Agostino considerava queste righe come il motto di ogni monastero. Il testo si apre con una dichiarazione tematica: “Ecco quanto è buono e soave che i fratelli vivano insieme!”. L’illustrazione della tesi è affidata a due immagini simboliche: l’olio e la rugiada. 1. L’olio profumato simboleggia sia ospitalità, festa e allegria, sia consacrazione sacerdotale e regale che si compiva con l’olio profumato. Per questo l’immagine che il salmista assume è quella della consacrazione di un sacerdote, tipizzato in Aronne, il padre del sacerdozio biblico. La fraternità è una realtà sacra che ha in sé la stessa forza di una consacrazione che pervade tutto l ‘essere, che coinvolge lo stesso fisico della persona (la barba è simbolo in Oriente di virilità e vitalità) e la sua dignità, incarnata nella veste. 2. La rugiada, invece, che rimanda alla situazione climatica arida, come è quella palestinese, è segno immediato di vita e di fecondità. La fraternità è come la rugiada della vita personale e nazionale. L’orante sogna che la ricca rugiada del monte Ermon (vetta innevata al confine settentrionale della Terra Santa, alto 2760 metri), si diffonda e inondi miracolosamente tutta la terra di Israele raggiungendo i caldi e lontani colli di Gerusalemme. La fraternità deve permeare tutta la mappa interiore del popolo di Dio. Il Salmo termina con un’altra dichiarazione, parallela a quella di apertura: “Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre”. E’ l’ideale suggello al canto dell’amore fraterno, visto come una benedizione divina. Quando siamo uniti nella carità, nella fede comune e nella liturgia sembra quasi che la Gerusalemme terrena ceda il passo alla Gerusalemme celeste dove non ci saranno più né lacrime, né guerre, né odi, né lutti, né morte (Ap 21,4) e dove “una moltitudine immensa di ogni nazione, razza, popolo e lingua” (Ap 7,9) canterà in perfetta sintonia un unico inno di lode e di gioia.

Dossologia

Trinità indivisibile e santa,
confessarti e cantarti vogliamo:
sei il principio del nostro amore,
della nostra concordia il fine.

Preghiera

Dio, amico dei fanciulli e degli umili,
tu vuoi che ogni uomo ti sia amico !
Dio, unica fonte di comunione dei cuori,
rendici capaci di rinnovare
l'amicizia con tutte le creature,
e rinsalda la nostra fraternità
perché tutti ritrovino la gioia di vivere.
Amen.

IL SANGUE NON CONTA

Il sangue non conta niente da solo. La linea del sangue può essere una trincea di oscuri istinti, di interessi a volte mortali. Solo l'amicizia ha il divino potere di superare il sangue, il censo, la classe, la razza, e fare che due esseri veramente si amino, confortati dalla stima dell'uno per l'altro, accettando tutti e due la rinuncia a prevalere, e a espropriarsi l'uno per l'altro. (E ho scritto che anche la chiesa, se vuole essere vera, non può essere che una chiesa di amici. Così la città, se vuole essere umana. Invece...).
Invece desolate selve di sassi sono le case. Attendiamo di emigrare da pianeta a pianeta, ma siamo ancora più soli, e sempre più freddo ha il cuore... Tempi grami viviamo. Tempi senza amicizia. Mondo senza fanciulli. Siamo tutti dentro a un sistema nel quale l'uomo non conta più nulla. È il sistema più disumano e ateo che si possa immaginare. Per questo crescono le solitudini, e le desolazioni, e la disperazione.
Oh, i giovani! Come sono eroici quei giovani che riescono ancora a coltivare delle amicizie. I molti che soccombono non si contano più. Queste non sono città! Sono termitai, deserti cintati di cemento e da invisibili (ma non sempre invisibili) cavalli di frisia.

 

 

 

 

Inserito da  Sabato, 21 Novembre 2015 Letto 1077 volte
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