Salmo 137

Canto dell'esiliato (Lungo i fiumi di Babilonia)

Lungo i fiumi di Babilonia

Salmo 137

Ma pregare è calmarsi; è placare e vincere anche i più infernali furori. È disarmare il cuore, liberandoci da queste beatitudini nere della vendetta; della morte che invoca morte. E però tu, orante, devi farti voce: voce anche di tutti i disperati; anima sanguinante di chi vuole sangue. Come Cristo sulla Croce: a gemere con lui ogni gemito del mondo.

«Il Signore disse: "Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte". E il Signore impose a Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l'avesse incontrato... E Lamech disse alle mogli: "Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura, un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette volte"» (Genesi 4,15.23-24).

 

[1]Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
[2]Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.
[3]Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia, i nostri oppressori:
«Cantateci i canti di Sion!».

[4]Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
[5]Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
[6]mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

[7]Ricordati, Signore, dei figli di Edom,
che nel giorno di Gerusalemme,
dicevano: «Distruggete, distruggete
anche le sue fondamenta».
[8]Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.
[9]Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra.

COMMENTI

RAVASI

Ripresa ininterrottamente nella tradizione letteraria di tutti i secoli (ultimo, forse, Salvatore Quasimodo), questa meravigliosa e drammatica lamentazione degli ebrei esuli lungo i canali di Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme del 586 a.C. dev'essere affidata solo all'ascolto. La sua carica di disperazione e di speranza, l'asciutta forza delle sue immagini, la folgorante intensità dello sdegno e della malinconia sono intraducibili in un commento. L'amore viscerale per Sion, l'impossibilità di cantare e di suonare le melodie del Tempio profanandole in terra straniera, la brutalità degli aguzzini, i ricordi laceranti degli Edomiti, vassalli d'Israele, che avevano collaborato coi Babilonesi a radere al suolo la città santa diventano materia di una poesia sublime. In finale resta sulle labbra la terribile maledizione per Edom e per Babilonia, la sterminatrice: come tu hai fatto ai bimbi ebrei così - per la giustizia biblica del taglione - altri sfracellino sulle rupi i tuoi bambini. Una scena macabra, segno della «condiscendenza» del Dio della Bibbia nei confronti di un'umanità oppressa che non ha come arma se non quella della parole e dell'invocazione al Dio giusto vendicatore.

PERFETTA LETIZIA

Questo salmo presenta un Giudeo, che, subito dopo il ritorno dall'esilio di Babilonia, ricorda le sofferenze subite in schiavitù, e si vincola ad una fermissima speranza nella ricostruzione di Gerusalemme, pur in mezzo alle ostilità dei popoli vicini, tra i quali gli Edomiti: (L'elenco dei popoli forniti dal libro di Esdra (9,1) non è quello preciso del tempo, ma è un'inserzione postuma che si rifà a Dt 7,1).

L'orante presenta il pianto degli esiliati, le umiliazioni, la determinazione con la quale appesero le cetre ai salici, vincolandosi di non cantare mai davanti agli oppressori i Canti di Sion. Lo scherno, l'insulto, l'attentato alla fede, sono espressi in maniera estremamente efficace: “Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato...”.

Poi, di fronte alla tentazione di tanti di imparentarsi con popoli stranieri per via di matrimoni (Esd 9,1.12; Nm 9,2), l'orante afferma che, dopo aver provato tanto dolore in terra straniera, non potrebbe pensare di cantare i Canti di Sion fuori della Palestina, e dimenticando Gerusalemme: “Mi si attacchi la lingua al palato (...) se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia”.

L'orante ricorda quanto con vile crudeltà fece Edom, già conquistato da Nabucodonosor, nel pieno della distruzione di Gerusalemme:”<Spogliatela, spogliatela fino alle sue fondamenta>”, e invoca su di lui la giustizia divina. La “Figlia di Babilonia” è Bozra, la città principale di Edom (Cf. Is 34,6; 63,1; Ger 48,24; 49,13s; Am 1,12). Su questa città il salmista invoca una distruzione vendicativa: “Beato chi ti renderà quanto ci hai fatto...”.

PADRE SALVATORE

Il Sal 137 è uno stupendo componimento poetico che dà voce ad ogni perseguitato che viva forzatamente in esilio. Esso evoca il ricordo della caduta di Gerusalemme (587 a C), ad opera di Nabucodonosor e il conseguente esilio degli Israeliti a Babilonia.

(A questo salmo s’ispira il celebre coro del Nabucco di Verdi).

I Padri della Chiesa, seguendo il simbolismo presente in molti libri della Bibbia, soprattutto nell’Apocalisse, interpretano questo salmo in chiaveescatologica e morale:

Babilonia è la situazione terrena nella quale regna il peccato. (Per l’Apocalisse è la Roma imperiale che perseguita i cristiani. Cf. Ap 18).

Sion è la nostra patria, il cielo, dove gusteremo la pace di Dio. Perché “Finché siamo nel corpo, peregriniamo lontano dal Signore (2Cor 5,6)”.

Possiamo chiederci: Perché Dio castigò così duramente il suo Popolo, quasi stracciando il decreto dell’Alleanza? La risposta sta nell’aspetto provvidenzialedi ogni evenienza storica: “Dio aveva cacciato i giudei dalla loro città per eccitare in loro un affetto più vivo per lei. Siamo così... bisogna che le cose cisiano sottratte perché le amiamo” (CRISOSTOMO).

In questo contesto i “canti di Sion” (v. 3) che chiedevano gli aguzzini di turno (cosa che fecero anche i nazisti nei lager), non si possono profanare, quasi fossero canzonette folcloristiche. Essi sono veri “canti di Jhwh” (v. 4). (Confronta Mt 7,6: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci”).

In questo lamento degli esiliati il ricordo si fa memoriale nel senso forte del termine:

per Dio (v. 7);

per Israele (v. 6).

Per questo

al “giorno di Gerusalemme” (v. 7) = data fatale della distruzione di Sion,

subentrerà “il giorno di Jhwh”, nel quale saranno puniti Edom e i Babilonesi.

L’automaledizione (v. 5-6).

“Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra” (v. 5),

“Mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo” (v. 6ab),

è una forma di giuramento deprecativo; è l’impegno ad osservare, in tutto, l’Alleanza. Infatti:

La mano è lo strumento umano del suonatore;

la lingua lo è del cantore.

Ebbene, “ se ti dimentico (con l’apostasia), che io non possa più cantare la lode di Dio... Cantare a Dio è la più grande ricompensa del cristiano.

L’esserne privati, è perdere ogni consolazione” (CASSIODORO).

Guai a me “ se non metto Gerusalemme (e Dio che in essa abita) al di sopra di ogni mia gioia (v. 6cd).

La richiesta della vendetta divina (v. 7-9).

Essa riguarda, prima di tutto, Edom (= il fratellastro d’Israele, Esaù) che nei giorni della distruzione di Gerusalemme dava man forte, almeno con l’incitamento, agli assalitori Babilonesi.

Poi l’imprecazione ricade su Babilonia, per la quale – secondo la legge del taglione – si chiede la vendetta più atroce. Chi l’attuerà sarà beato perché si farà strumento di Dio.

Questi tremendi versetti, pastoralmente fanno problema, al punto che la Liturgia delle Ore li ha censurati. I Padri, invece, attraverso l’interpretazione allegorica, risolvono cristianamente ogni difficoltà.

Per esempio: TEODORETO così interpreta l’appello del Salmista: “Ricordati, Signore!” (v. 7). “Il profeta si limita a questo. Lascia il giudizio a Dio”.

E per quanto riguarda l’imprecazione – beatitudine: “Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra” (v. 9), così l’attualizza ORIGENE:“L’anima può concepire e generare, da parte dello spirito malvagio, dei piccoli di Babilonia che sono i pensieri cattivi. Anche se questo piccolo babilonese concepito in noi non ha fatto ancora nulla di male, non bisogna aver pietà di lui, anzi bisogna ucciderlo subito e spezzarlo contro la pietra che è il Cristo”.

Su questa scia si muovono AGOSTINO, CASSIODORO e la stessa Regola di BENEDETTO, quando invita il monaco a “spezzare i pensieri cattivi contro il Cristo” ( Capitolo 4).

Rimane vero che il Salmo dice l’estrema condiscendenza di Dio che s’è messo dalla parte degli ultimi, in piena solidarietà con loro, al punto da trasformare le loro imprecazioni in filiale preghiera.

PAPA BENEDETTO XVI

Il Salmo 136 è divenuto celebre nella versione latina del suo avvio, Super flumina Babylonis. Noi lo preghiamo ai Vespri del martedì della quarta Settimana. Il testo evoca la tragedia vissuta dal popolo ebraico durante la distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 586 a.C., e il successivo e conseguente esilio babilonese. Siamo di fronte a un canto nazionale di dolore, segnato da un’asciutta nostalgia per ciò che si è perso.
Questa accorata invocazione al Signore, perché liberi i suoi fedeli dalla schiavitù babilonese, esprime bene anche i sentimenti di speranza e di attesa della salvezza con i quali abbiamo iniziato il nostro cammino di Avvento.

La prima parte del Salmo (cfr vv. 1-4) ha come sfondo la terra d’esilio, coi suoi fiumi e canali, quelli appunto che irrigavano la pianura babilonese, sede dei deportati ebrei. È quasi l’anticipazione simbolica dei campi di sterminio nei quali il popolo ebraico – nel secolo che abbiamo appena lasciato alle spalle – fu avviato attraverso un’operazione infame di morte, che è rimasta come una vergogna indelebile nella storia dell’umanità.
La seconda parte del Salmo (cfr vv. 5-6) è, invece, pervasa dal ricordo amoroso di Sion, la città perduta ma viva nel cuore degli esuli.

Un corpo che soffre

Coinvolti sono, nelle parole del Salmista, la mano, la lingua, il palato, la voce, le lacrime. La mano è indispensabile per il suonatore di cetra: ma ormai essa è paralizzata (cfr v. 5) dal dolore, anche perché le cetre sono appese ai salici.
La lingua è necessaria al cantore, ma ora è attaccata al palato (cfr v. 6). Invano gli aguzzini babilonesi «chiedono parole di canto... canzoni di gioia» (v. 3). I «canti di Sion» sono «canti del Signore» (vv. 3-4), non sono canzoni folcloristiche e da spettacolo. Solo nella liturgia e nella libertà di un popolo possono salire al cielo.

In cammino verso la Gerusalemme celeste

Dio, che è l’arbitro ultimo della storia, saprà comprendere e accogliere secondo la sua giustizia anche il grido delle vittime, al di là degli accenti aspri che a volte esso assume.
Vorremmo affidarci a Sant’Agostino per un’ulteriore meditazione sul nostro Salmo. In essa il grande Padre della Chiesa introduce una nota sorprendente e di grande attualità: egli sa che anche tra gli abitanti di Babilonia ci sono persone che s’impegnano per la pace e per il bene della comunità, pur non condividendo la fede biblica, non conoscendo cioè la speranza della Città eterna alla quale noi aspiriamo. Essi portano in sé una scintilla di desiderio dell’ignoto, del più grande, del trascendente, di una vera redenzione. Ed egli dice che anche tra i persecutori, tra i non credenti, si trovano persone con questa scintilla, con una specie di fede, di speranza, per quanto è loro possibile nelle circostanze in cui vivono. Con questa fede anche in una realtà non conosciuta, essi sono realmente in cammino verso la vera Gerusalemme, verso Cristo. E con questa apertura di speranza anche per i babilonesi – come Agostino li chiama – per quelli che non conoscono Cristo, e neppure Dio, e tuttavia desiderano l’ignoto, l’eterno, egli ammonisce anche noi di non fissarci semplicemente sulle cose materiali dell’attimo presente, ma di perseverare nel cammino verso Dio.

Una speranza per trasformare il mondo

Solo con questa speranza più grande possiamo anche, nel modo giusto, trasformare questo mondo. Sant’Agostino lo dice con queste parole: «Se siamo cittadini di Gerusalemme... e dobbiamo vivere in questa terra, nella confusione del mondo presente, nella presente Babilonia, dove non dimoriamo da cittadini ma siamo tenuti prigionieri, bisogna che quanto detto dal Salmo non solo lo cantiamo ma lo viviamo: cosa che si fa con una aspirazione profonda del cuore, pienamente e religiosamente desideroso della città eterna».
Ed aggiunge riguardo alla «città terrestre chiamata Babilonia»: essa «ha persone che, mosse da amore per lei, si industriano per garantirne la pace – pace temporale – non nutrendo in cuore altra speranza, riponendo anzi in questo tutta la loro gioia, senza ripromettersi altro. E noi li vediamo fare ogni sforzo per rendersi utili alla società terrena. Ora, se si adoperano con coscienza pura in queste mansioni, Dio non permetterà che periscano con Babilonia, avendoli predestinati ad essere cittadini di Gerusalemme: a patto però che, vivendo in Babilonia, non ne ambiscano la superbia, il fasto caduco e l’indisponente arroganza... Egli vede il loro asservimento e mostrerà loro quell’altra città, verso la quale debbono veramente sospirare e indirizzare ogni sforzo» (Esposizioni sui Salmi, 136,1-2: Nuova Biblioteca Agostiniana, XXVIII, Roma 1977, pp. 397-399).
E preghiamo il Signore che in tutti noi si risvegli questo desiderio, questa apertura verso Dio, e che anche quelli che non conoscono Cristo possano essere toccati dal suo amore, cosicché tutti insieme siamo in pellegrinaggio verso la Città definitiva e la luce di questa Città possa apparire anche in questo nostro tempo e in questo nostro mondo.

CORSO BIBLICO
Questo Salmo evoca la tragedia vissuta da Israele durante la distruzione di Gerusalemme del 586 a.C. e il successivo esilio babilonese. Un fascino che ha pervaso la pietà, la musica, la letteratura e il pensiero della tradizione giudaica e cristiana e che acquista un’intensità e un valore particolare se si dovesse tener conto dell’infame tragedia dell’Olocausto. Tre strofe scandiscono il Salmo. 1. La prima (vv. 1-4) ha come fondale i fiumi di Babilonia. 2. La seconda (vv. 5-6) si anima nel ricordo di Gerusalemme. 3. L’ultima strofa (vv. 7-9) ritorna su Babilonia per scatenarsi in una veemente imprecazione. Fondamentale è la nostalgia di Sion, il cui ricordo coinvolge la mano, la lingua, il palato, la voce, l’allegria, la mente, le lacrime: “Se ti dimentico Gerusalemme, si paralizzi la mia destra” (v. 5). Ora, la mano è decisiva per il suonatore della cetra. Ma ormai le cetre sono state appese ai salici (v. 2): la loro sospensione agli alberi rappresenta la “sospensione” del suono, così si faceva in caso di lutto (gli strumenti velati e, quindi, fatti tacere). La lingua è indispensabile per un cantore. Ebbene, esclama il salmista, la lingua resti per sempre attaccata al palato, se non ci si dovesse ricordare di Sion, fonte unica e vertice della vita e della gioia (v. 6). Invano gli aguzzini babilonesi tentano di violentare quel silenzio di desolazione: “Cantateci i canti di Sion” (v. 3). I canti di Israele non sono folclore, ma preghiera e solo nella libertà del culto di Sion potranno levarsi al cielo. Giungiamo, così, all’implacabile strofa finale (vv. 7-9), che contiene una furiosa imprecazione contro i nemici di Israele, formulata secondo la legge del taglione, come accade in altri Salmi cosiddetti imprecatori (vedi Salmo 108). La maledizione è, però, affidata a Dio e alla sua giustizia ed è espressa nel linguaggio tipico orientale. Essa scatta prima di tutto contro gli edomiti, una popolazione imparentata con gli ebrei, discendenti da Esaù, il fratello avversario di GiacobbeIsraele. Gli edomiti, vassalli di Giuda, approfittando della situazione disperata in cui versavano gli 76 ebrei nel 586 a.C. con l’irrompere delle armate del babilonese Nabucodonosor, si erano ribellati e alleati con gli invasori, appoggiandoli nel saccheggio. Ma la maledizione più rovente è quella riservata alla “figlia di Babilonia”, posta in antitesi alla “figlia di Sion”, secondo la prassi tradizionale di tipizzare al femminile la città (vv. 8-9). I bambini sbattuti contro i massi per ucciderli, lo sventramento delle donne incinte, le più atroci torture appartenevano alla tragica consuetudine di tutte le conquiste militari dell’antico Oriente. Questa “beatitudine” al contrario nasce dall’esasperazione e dall’impotenza, dalla fiducia nell’efficacia della parola e nella giustizia divina. Tuttavia per il credente è il segno di una “condiscendenza” del Signore che si adatta all’umanità nelle sue reazioni primordiali, soprattutto di fronte all’oppressione e alla violenza. Ma Dio vuole condurre il suo popolo oltre questa frontiera, in attesa che si sveli – accanto alla giustizia e ai suoi diritti – anche la forza dell’amore che è in grado di combattere ogni cieca passione, ogni vendetta sanguinaria e ogni crudeltà: “Avete inteso che fu detto: occhio per occhio, dente per dente... ma io vi dico: amate i vostri nemici...” (Mt 5, 38-47).

Dossologia

Nelle tue mani, Cristo, affidiamo,
questo grido di oppressi e uccisi,
perché tu dalla croce converta
ogni gemito in canto d'amore,
e per te venga il Regno del Padre.

Preghiera

O Padre,
dona a quanti patiscono
ancora schiavitù e violenza
la sospirata liberazione
da ogni paese di morte:
che nessun uomo sia strumento di oppressione,
nessuno più domini nessuno,
e così nessuno abbia più
a maledire nessuno;
e tutti siano figli tuoi,
liberi e fratelli nel tuo Cristo.
Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

Inserito da  Sabato, 28 Novembre 2015 Letto 1149 volte Ultima modifica il Sabato, 28 Novembre 2015
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