Salmo 138

Inno di ringraziamento

A PIENO CUORE TI VOGLIO CANTARE

«Grande Dio è il Signore.
E degno di ogni lode,
terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi delle genti un nulla:
è Dio il Signore che fatto il cielo e la terra»
(Salmo 96).

salmo 148a

Per dirti, Signore, che non ti preghiamo soltanto quando siamo disperati. Saggezza estrema è non chiederti nulla, poiché tu sai ciò di cui abbisogniamo: lo sai e ci ami! E dunque, fa' che non conosciamo gioia più grande di questa: di solo lodarti. E cantare alla tua gloria.

Lode a te, Padre, per la tua gloria immensa.

Gloria a te, Figlio, che ti sei umiliato per noi.

Onore a te, Spirito, che porti a compimento l’opera divina dell’amore. Amen.

 

[1]Di Davide.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,
[2]mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.
[3]Nel giorno in cui t'ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
[4]Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra
quando udranno le parole della tua bocca.
[5]Canteranno le vie del Signore,
perché grande è la gloria del Signore;
[6]eccelso è il Signore e guarda verso l'umile
ma al superbo volge lo sguardo da lontano.

[7]Se cammino in mezzo alla sventura
tu mi ridoni vita;
contro l'ira dei miei nemici stendi la mano
e la tua destra mi salva.
[8]Il Signore completerà per me l'opera sua.
Signore, la tua bontà dura per sempre:
non abbandonare l'opera delle tue mani.

COMMENTI 

RAVASI

L'incubo di un pericolo che attentava alla vita dell'orante e dell'intero Israele si è dissolto; sulle labbra sboccia un ringraziamento reiterato che il fedele innalza prostrato verso l'aula sacra del Tempio, davanti alla corte celeste evocata con la locuzione arcaica degli «dèi» (v, 1) piegati da JHWH e ridotti al rango di angeli, Con la sua riconoscenza il credente diventa un testimone missionario del dono ottenuto davanti a tutti ire e ai popoli, Tre sono i motivi per cui Dio non resta muto e indifferente davanti al dolore del suo fedele, Innanzitutto per la sua fedeltà nei confronti dell'alleanza che lo vincola al giusto (v, 2), In secondo luogo perché il Signore sceglie sempre l'oppresso e il povero e rifiuta il superbo e il potente (v, 6), Da ultimo la costanza della provvidenza divina: Dio non crea l'uomo per abbandonarlo ai bordi di una strada, ma lo segue sempre con amore paterno e premuroso, «portando a termine l'opera sua» (v, 8), Anche Paolo scriverà ai Filippesi che «colui che ha iniziato in voi quest'opera buona, la porterà a compimento fino al giorno del Signore Gesù» (1,6),

PADRE SALVATORE

Il Sal 138 (137) è un inno di ringraziamento, che la Liturgia utilizza per celebrare la Pasqua del Cristo e del cristiano.

Chi ringrazia potrebbe essere

- o l’intero Israele,

- o chi lo governa e lo rappresenta davanti a Dio.

Si ringrazia perché

- Dio è fedele al suo amore (v. 2c).

- Sceglie l’umile e ripudia il superbo (v. 6, cf. 1Sam 2,8; Lc 1,52).

- Porta ogni cosa a compimento (v. 8).

È un ringraziamento totale:

- fatto con tutto il cuore (v. 1b. Cf. Dt 6,5; Mt 22).

- mediato anche dalla posizione corporea: prostrato e rivolto verso il Tempio (v. 2a).

Mentre il testo ebraico, usando un arcaismo, parla di un rendimento di grazie fatto “davanti agli dei” (v. 1d), il testo greco della LXX, seguito dalle versioni latine e da quella utilizzata nella nostra liturgia, hanno “davanti agli angeli”. Da qui tutte le riflessioni dei Padri, e l’ammonizione presente nella Regola di San Benedetto che, dopo aver citato questo versetto, aggiunge: “Badiamo, dunque con quale atteggiamento dobbiamo stare davanti a Dio e ai suoi Angeli” (RB, cap. 19,6,Sull’atteggiamento da tenere nel salmodiare).

Sempre alla versione del LXX dobbiamo un’aggiunta che non compare nell’ebraico: “Hai ascoltato le parole della mia bocca”, quasi ad anticipare il motivo della lode espliciteta al v. 3.

Per l’atteggiamento corporeo nella preghiera fatta “rivolti verso il Tempio” (v. 2a; Sal 28,2; 134,2), confronta l’episodio di Daniele, sorpreso dai suoi accusatori mentre prega rivolto verso Gerusalemme (Dn 6,11; cf. Tb 3,11-12). Le basi teologiche di quest’orientamento nella preghiera le abbiamo espresse nellapreghiera di Salomone per la dedicazione del Tempio. Il Re d’Israele intercede in favore di tutti coloro che (dall’esilio) pregheranno rivolti verso la terra (santa)... la Città (santa)... il Tempio, dimora di Dio (1Re 8,48).

Le grandi religioni riconoscono un grande significato simbolico all’orientarsi verso la Divinità o verso uno dei luoghi nei quali la si è incontrata:

- Gerusalemme, per gli Ebrei.

- L’oriente (= Cristo Risorto), per i cristiani.

- La Mecca, per i musulmani.

Tutto il ringraziamento del Salmista confluisce nell’affermazione laudativa del v. 5b: “Perché grande è la gloria del Signore”, riecheggiata nel Gloria della Messa: “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa”. Ma è ancor più stupendo, come canterà Maria nel Magnificat, che “l’Eccelso guardi verso l’umile e disprezzi l’altezzoso” (v. 6a, cf. Lc 1,46-55). E che rimanga sempre fedele a questa scelta. Per questo il fedele che ha sperimentato l’amore di Dio e l’efficacia dei suoi interventi salvifici (v. 7), può concludere con un’umile e fiduciosa supplica il suo inno di ringraziamento: “Signore, non abbandonarmi, ma porta a compimento il tuo disegno di salvezza. Amen” (v. 8, cf. Fil 1,6).

Preghiera salmica:

Non più rivolti ad un Tempio di pietra, ma ormai protesi al Cristo Mediatore, ti chiediamo, Padre, che il tuo Spirito infiammi le nostre esistenze e le renda, come quelle degli Angeli, tutta lode e servizio. Amen.

PAPA BENEDETTO XVI

Posto dalla tradizione giudaica sotto il patronato di Davide, anche se probabilmente sorto in epoca successiva, l’inno di ringraziamento che preghiamo ai Vespri del martedì della IV settimana, si apre con un canto personale dell’orante. Egli leva la sua voce nella cornice dell’assemblea del Tempio o, per lo meno, avendo come riferimento il Santuario di Sion, sede della presenza del Signore e del suo incontro con il popolo dei fedeli.

Infatti, il Salmista confessa di «prostrarsi verso il Tempio santo» gerosolimitano (cf v. 2): là egli canta davanti a Dio che è nei cieli con la sua corte di angeli, ma che è anche in ascolto nello spazio terreno del Tempio (cf v. 1). L’orante è certo che il «nome» del Signore, ossia la sua realtà personale viva e operante, e le sue virtù della fedeltà e della misericordia, segni dell’alleanza col suo popolo, sono il sostegno di ogni fiducia e di ogni speranza (cf v. 2).

L’energia di Dio

Lo sguardo si rivolge, allora, per un istante al passato, al giorno della sofferenza: allora, al grido del fedele angosciato aveva risposto la voce divina. Essa aveva infuso coraggio nell’anima turbata (cf v. 3). L’originale ebraico parla letteralmente del Signore che «agita la forza nell’anima» del giusto oppresso: è come se fosse l’irruzione di un vento impetuoso che spazza via le esitazioni e le paure, imprime un’energia vitale nuova, fa fiorire fortezza e fiducia.
Dopo questa premessa apparentemente personale, il Salmista allarga lo sguardo sul mondo e immagina che la sua testimonianza coinvolga tutto l’orizzonte: «tutti i re della terra», in una sorta di adesione universalistica, si associano all’orante ebreo in una lode comune in onore della grandezza e potenza sovrana del Signore (cf vv. 4-6).

Saper scegliere

Il contenuto di questa lode corale che sale da tutti i popoli fa già vedere la futura Chiesa dei pagani, la futura Chiesa universale. Questo ha come primo tema la «gloria» e le «vie del Signore» (cf v. 5), cioè i suoi progetti di salvezza e la sua rivelazione. Si scopre, così, che Dio è certamente «eccelso» e trascendente, ma «guarda verso l’umile» con affetto, mentre allontana dal suo volto il superbo in segno di rigetto e di giudizio (cf v. 6).
Come proclamava Isaia, «Così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo: in luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi» (Is 57,15). Dio fa, dunque, la scelta di schierarsi in difesa dei deboli, delle vittime, degli ultimi: questo è reso noto a tutti i re, perché sappiano quale debba essere la loro opzione nel governo delle nazioni. Naturalmente è detto non solo ai re e a tutti i governi, ma a tutti noi, perché anche noi dobbiamo sapere quale scelta fare, qual è l’opzione: schierarci con gli umili, con gli ultimi, con i poveri e deboli.

La certezza della bontà di Dio

Dopo questa chiamata in causa a raggio mondiale dei responsabili delle nazioni, non solo di quel tempo, ma di tutti i tempi, l’orante ritorna alla lode personale (cf Sal 137,7-8). Con uno sguardo che si protende verso il futuro della sua vita, egli implora un aiuto da Dio anche per le prove che l’esistenza ancora gli riserverà. E tutti noi preghiamo così con questo orante di quel tempo.
Si parla in modo sintetico dell’«ira dei nemici» (v. 7), una specie di simbolo di tutte le ostilità che possono pararsi innanzi al giusto durante il suo cammino nella storia. Ma egli sa e con lui sappiamo anche noi che il Signore non lo abbandonerà mai e stenderà la sua mano per sorreggerlo e guidarlo. La finale del Salmo è, allora, un’ultima appassionata professione di fiducia in Dio dalla bontà sempiterna: egli «non abbandonerà l’opera delle sue mani», cioè la sua creatura (v. 8). E in questa fiducia, in questa certezza della bontà di Dio, dobbiamo vivere anche noi.
Dobbiamo essere certi che, per quanto siano pesanti e tempestose le prove che ci attendono, noi non saremo mai abbandonati a noi stessi, non cadremo mai fuori delle mani del Signore, quelle mani che ci hanno creato e che ora ci seguono nell’itinerario della vita. Come confesserà San Paolo, «Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento» (Fil 1,6).

Oltre ogni meraviglia

Abbiamo, così, pregato anche noi con un Salmo di lode e di ringraziamento e di fiducia. Vogliamo continuare a far scorrere questo filo di lode innica attraverso la testimonianza di un cantore cristiano, il grande Efrem Siro (IV secolo), autore di testi di straordinaria fragranza poetica e spirituale.
«Per quanto grande sia la nostra meraviglia per te, o Signore, la tua gloria supera ciò che le nostre lingue possono esprimere», canta Efrem in un inno (Inni sulla Verginità, 7: L’arpa dello Spirito, Roma 1999, p. 66), e in un altro: «Lode a te, per il quale tutte le cose sono facili, perché tu sei onnipotente» (Inni sulla Natività, 11: ibidem, p. 48). E questo è un ultimo motivo della nostra fiducia, che Dio ha la potenza della misericordia e usa la sua potenza per la misericordia. E, infine, un’ultima citazione: «Lode a te da tutti coloro che comprendono la tua verità» (Inni sulla Fede, 14: ibidem, p. 27).

CORSO BIBLICO

Questo Salmo può essere definito “il canto della chiamata universale” a causa dell’espressione “tutti i re della terra loderanno il Signore, quando udranno le parole della sua bocca” (v. 4). Questo è un inno di ringraziamento, il primo di un fascicolo di otto Salmi che l’antica tradizione giudaica aveva attribuito a Davide. In realtà, un’analisi più accurata di questi canti fa pensare a un’epoca posteriore, forse postesilica. Il carme si svolge in tre momenti. 1. Si parte con un ringraziamento dell’orante (vv. 1-3) che sta invocando il suo Signore nella cornice del santuario di Sion: “Mi prostro verso il tuo santo tempio” (v. 2). Il salmista è certo che il “nome” (“rendo grazie al tuo nome”), cioè la persona di Dio, e il suo amore fedele, non rimangano indifferenti di fronte all’invocazione del giusto. Nel giorno del pericolo la supplica rivolta al Signore non finisce contro il cielo muto e sordo, ma riceve attenzione e si ripercuote nel cuore di Dio che risponde: “Nel giorno in cui t’ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza” (v. 3). L’immagine è suggestiva: Dio entra nella vita di una persona con un’irruzione veemente che rende fervido l’intero essere del fedele. Sulla superficie grigia e monotona di una vita senza speranza e attraversata dalla prova, Dio irrompe dando forza e fiducia, imprimendo quasi un soprassalto di voglia di vivere. 2. Di fronte a questo inno di gratitudine, il salmista nella seconda parte del suo canto immagina una sorta di reazione planetaria: tutti i re della terra si associano a lui in una lode universale in onore della grandezza e potenza sovrana di Ywhè (vv. 4-6). Ora questa dimensione universalistica è una caratteristica della profezia postesilica, presente nel Secondo Isaia, il profeta del ritorno di Israele dall’esilio babilonese (VI sec a.C. Isaia 40-55). Ma la celebrazione che sale da tutta la terra al Signore non ha per tema solo la sua grande gloria e le sue “vie”, cioè i suoi progetti grandiosi. Egli è, sì “eccelso” ma “guarda verso l’umile” con tenerezza, mentre “da lontano volge lo sguardo al superbo”, cioè dall’alto in basso e con disprezzo (v. 6). 3. Dopo questa apertura sull’orizzonte universale, l’orante ritorna alla sua lode personale nel terzo movimento del Salmo: “Se cammino in mezzo alla sventura...” (vv. 7-8). Con lo sguardo rivolto al futuro, egli implora un aiuto costante anche per le nuove angustie che investiranno la sua esistenza di domani. Le avversità sono concretizzate, secondo lo stile poetico semitico, nell’ “ira” dei nemici. Ma il fedele non teme perché il Signore è l’arbitro della storia e quando “stende la sua mano” nel gesto efficace della provvidenza, la salvezza è certa. Il Salmo si chiude con un’ultima professione di fiducia nei confronti di Dio: “Il Signore completerà per me l’opera sua...” (v. 8), il quale darà compimento a quell’intervento liberatorio posto alla base 77 del precedente ringraziamento. Egli “non abbandonerà l’opera delle sue mani”, cioè la sua creatura, capolavoro della sua amorosa bontà e della sua azione salvifica.

PERFETTA LETIZIA

Il salmista ringrazia Dio per avere ascoltato la sua preghiera e avergli usato misericordia. La tradizione parla del re Davide, ma più probabilmente si tratta di Ezechia dopo la clamorosa liberazione di Gerusalemme dall'assedio degli Assiri (2Re 19,35): “Hai reso la tua promessa più grande del tuo nome”.

Egli vuole cantare la sua lode al cospetto di Dio, rifiutando ogni adesione agli idoli: "Non agli dèi, ma a te voglio cantare".

Dio ha risposto alla sua supplica rendendolo più forte di fronte ai sui nemici: “Hai accresciuto in me la forza”.

Il salmista professa la sua fede nel futuro messianico che vedrà “tutti i re della terra” lodare il Signore. Sarà quando “ascolteranno le parole della tua bocca”, dove per “bocca” si deve intendere il futuro Messia.

I re, i popoli, celebreranno le vie del Signore annunciate dal Messia.

Il salmista ha grande fiducia in Dio, affinché la sua missione di re abbia successo: "Il Signore farà tutto per me". Il salmista termina invocando: “Non abbandonare l'opera delle tue mani”, cioè la dinastia di Davide.

Noi crediamo che giungerà il tempo della “civiltà dell'amore”, quando i popoli e i potenti che li governano, si apriranno a Cristo. Ogni cristiano deve adoperarsi per questo tempo con la forza (“hai accresciuto in me la forza”) che sgorga dalla partecipazione Eucaristica.

La nostra battaglia non è contro nemici fatti di carne e sangue, come ci dice san Paolo (Ef 6,12), ma “contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male”, cioè contro i demoni.

Dossologia

Sia gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito,
come in principio sia ora e per sempre,

Preghiera

Dio, immenso è il tuo amore quanto la tua giustizia:
donaci di credere con verità in te,
di confessarti con degna lode;
di intrattenere con te
la conversazione che conduce a salvezza:
e tu continua a usarci pietà.
Amen.

 

 

 

 

 

 

 

Inserito da  Sabato, 28 Novembre 2015 Letto 1039 volte
Devi effettuare il login per inviare commenti