Salmo 139

Omaggio a chi sa tutto ( Signore tu mi scruti e mi conosci)

SIGNORE, TU MI SCRUTI E MI CONOSCI

                                        salmo139             moribondo

Per noi invece è diverso. Per noi è sempre da una nube che ci parli, Signore: dalla nube dell'inconoscibile. «Ed entrati nella nube sentirono paura». Per noi pure il giorno si fa notte. Così avvenne anche per Abramo, nostro padre nella fede. «Il giorno stava per tramontare e un oscuro terrore...».

Per noi tu, Dio, ti celi anche quando ti sveli: quasi ad essere una «ri-velazione» ogni tua epifania. E per quanto il sole sfolgori, è già molto se di te riusciamo a scorgere l'ombra che ci passa di spalle, proiettata sulle pareti della spelonca. Dio, abbi pietà della nostra notte. E sia come qui è scritto: «La notte sarà la mia luce e la mia gioia».

[1]Al maestro del coro. Di Davide. Salmo.

Signore, tu mi scruti e mi conosci,
[2]tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
[3]mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
[4]la mia parola non è ancora sulla lingua
e tu, Signore, gia la conosci tutta.
[5]Alle spalle e di fronte mi circondi
e poni su di me la tua mano.
[6]Stupenda per me la tua saggezza,
troppo alta, e io non la comprendo.

[7]Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
[8]Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
[9]Se prendo le ali dell'aurora
per abitare all'estremità del mare,
[10]anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
[11]Se dico: «Almeno l'oscurità mi copra
e intorno a me sia la notte»;
[12]nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.

[13]Sei tu che hai creato le mie viscere
e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
[14]Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo.

[15]Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
intessuto nelle profondità della terra.
[16]Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno.
[17]Quanto profondi per me i tuoi pensieri,
quanto grande il loro numero, o Dio;
[18]se li conto sono più della sabbia,
se li credo finiti, con te sono ancora.

[19]Se Dio sopprimesse i peccatori!
Allontanatevi da me, uomini sanguinari.
[20]Essi parlano contro di te con inganno:
contro di te insorgono con frode.
[21]Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano
e non detesto i tuoi nemici?
[22]Li detesto con odio implacabile
come se fossero miei nemici.
[23]Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
[24]vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita.

COMMENTI

RAVASI

Ecco un altro capolavoro del Salterio, un inno al Dio infinito, onnisciente, onnipotente, un inno di grande potenza e di sovrana bellezza nonostante un testo ebraico giunto a noi con molte lesioni e oscurità. Il carme, di qualità sapienziale, rivela contatti con passi di Geremia e di Giobbe: è stato composto, perciò, in epoca post-esilica (dal V sec. a.C. in avanti). È difficile in poche note rendere ragione delle molte ricchezze racchiuse in queste quattro strofe dedicate all'onniscienza (vv. 1-6), all'onnipresenza divina (vv. 7-12), alla creazione dell'uomo (vv. 13-18) e al giudizio divino sugli empi (vv. 19-24). Basti solo citare la sorpresa dell'uomo quando vede che Dio conosce già il suo discorso sin dalla prima parola (v. 4), la sua fuga da Dio in un folle volo nèi cieli, negli inferi, verso l'aurora e fino agli estremi confini d'occidente (vv. 8-9), la tenebra che si fa trasparente allo sguardo di Dio (vv. 11-12), la «tessitura» del feto nel grembo della madre, un ricamo di ineguagliabile bellezza (vv. 13-15), la biografia di ogni uomo scritta già da Dio nel suo libro prima ancora che i nostri giorni esistano (v. 16), l'acre sdegno per gli empi che si illudono di spezzare l'opera divina (vv. 19-22)... È il canto dell'incontro tra due misteri, quello infinito di Dio e quello dell'uomo creatura «mirabile» (v. 14).

PADRE SALVATORE

Il Sal 139 (138) è, insieme, salmo sapienziale ed esperienza di fede su Dio che sa tutto. Una conoscenza, quella di Dio, che nasce dall’amore. Egli èonnipresente, non per ispezionare ma per accogliere ed aiutare l’uomo ad essere veramente l’amico di Dio.

Se il Signore “ci scruta” (v.1b), non lo fa nel senso ispettivo di cui deve lamentarsi Giobbe (Gb 7,12-20), ma con la tenerezza di una mamma che veglia sul suo bambino (v.23).

Con sant’AGOSTINO ognuno di noi può dire a Dio: “Tu sei più intimo a me di me stesso”.

Il Sal 139, anche quando medita sulla Sapienza di Dio, non si limita ad aridi ragionamenti, ad astrazioni, ma fa suoi gli interrogativi sofferti e personali del libro diGiobbe e del profeta Geremia.

Dio non è mai oggetto di una riflessione;

è sempre il Tu di una confessione di fede.

In questa prospettiva, oggetto della meraviglia

non è soltanto la conoscenza che Dio ha dell’uomo (v.6),

ma l’uomo stesso, così com’è stato creato ed è conosciuto da Dio (v.14).

L’uomo è, per il salmista, il capolavoro dell’arte di Dio (vv.13 e 15). Conseguenza di tutto ciò è la signoria paterna di Dio sull’intera esistenza umana (v.16).

È inutile, perciò, fuggire da Dio, Egli ci insegue con il suo amore. Per questo AGOSTINO può applicare questo salmo al figlio prodigo che si era allontanato dalla casa del Padre (cf. Lc 15,11ss). Anche nel Salmo, come nella parabola lucana, si ha un ritorno. L’uomo che fuggiva da Dio (vv.7-12) come il profeta GIONA, o come lo stesso GEREMIA (Ger 23,23-24), alla fine accetta di essere “guidato da Lui nella via eterna” (v.24), di essere condotto all’intimità con Dio.

Il Sal 139, dunque, non è mera riflessione, ma supplica di un uomo che i Padri e la Liturgia dicono essere il Cristo che parla al Padre della sua morte e risurrezione: “Il Cristo, cantore per eccellenza d’ogni confessione e lode, canta al Padre questo salmo che parla di sé. Protagonista di tutto il salmo è il Cristo. Egli esprime la sua perfetta giustizia, conforme alla sua umanità e alla sua grandezza, conforme alla sua divinità, affinché i fedeli lo credano vero Dio e vero uomo e, attirati dal suo esempio, non rifiutino di essere perseguitati e disprezzati” (RUPERTO).

L’inserto imprecatorio con cui si conclude il Salmo (vv.19-22), può suscitare perplessità o scandalo. Per questo i Padri così argomentano:

“Prima di tutto e soprattutto, non credere che il Cristo chieda la morte dei peccatori: è venuto per salvarli. (cf. Mt 9,13)...Uccidere il peccatore (come chiede il v.19) vuol dire farlo morire al peccato perché viva per Dio (cf.Rm 6,10)” (CASSIODORO).

“L’odio perfetto (del v.22) è quello che non ha altra motivazione che lo zelo di Dio. È parallelo alla carità perfetta che ama per puro amore di Dio” (ORIGENE).

“Odio perfetto è amare l’uomo e odiare il vizio” (CASSIODORO).

Lo stesso salmista che si è scagliato con ira contro coloro che trattano il Signore come un idolo (v.19-21), con tutta umiltà, riconosce di aver bisogno lui stesso della guida di Dio, per evitare la via di menzogna, il culto dei falsi dei (v.24). La contrapposizione violenta con gli empi non nasce da superbia farisaica (cf. Lc 18,11), ma dalla realistica conoscenza della propria fragilità. È un’autoimprecazione con cui il fedele obbliga Dio a preservarlo dal male.

Preghiera salmica:

Dio, creatore di tutto, tu ci conosci profondamente, perché ci hai plasmato a tua immagine, vinci dunque, tutte le paure per le quali, stoltamente, ci allontaniamo da te.

Non stancarti mai di cercarci, anche tra le tenebre dei nostri peccati o tra le nebbie dei nostri fatui sogni. E se ci trovi su strade sbagliate, sii il Pastore buono che riconduce all’ovile la sua pecorella.

Donaci il tuo Santo Spirito, in modo abbondante, allora scopriremo anche noi che la tua conoscenza è solo conoscenza d’amore. Amen.

CORSO BIBLICO

Questo Salmo è inno al Dio infinito, onnisciente e onnipotente, una presenza da scoprire in profondità. Questo Salmo, esempio altissimo e affascinante di meditazione sapienziale sul mistero del Dio trascendente eppure presente nella storia, è diviso in quattro strofe: l’onniscienza divina (vv. 1-6); l’onnipresenza nello spazio e nel tempo (vv. 7-12), la creazione dell’uomo (vv. 13-18) e l’implacabile giudizio divino sul male e sullo stesso orante (vv. 19-24). La sostanza del messaggio è: Dio sa tutto e non ci si può sottrarre a lui. Non si tratta però di una presenza ispettiva: lo scopo ultimo del Salmo è di far convergere verso l’abbraccio salvifico di Dio tutta l’umanità, in tutte le sue dimensioni, spaziali e storiche. Nella prima strofa (vv. 1-6) riecheggia ripetutamente il verbo “conoscere” che indica comunione. Dio mi conosce “quando seggo e quando mi alzo, quando cammino e quando riposo”: cioè nessuna azione della vita sfugge al suo sguardo, anche i nostri pensieri gli sono familiari. Nella seconda strofa (vv. 7-12) si descrive il folle tentativo dell’uomo che tenta di sottrarsi a Dio. Tutto lo spazio è percorso dalla verticale “cielo-inferi” all’orizzontale “aurora-mare”, per ricordarci che ogni più segreto ambito contiene una manifestazione di Dio. Ma anche il tempo, con la sua sequenza “notte-giorno”, è perlustrato da Dio a cui non resiste neppure la tenebra, simbolo di morte e negatività. La terza strofa (vv. 13-18) ha al centro la realtà più stupenda dell’essere: l’uomo, il “prodigio” di Dio, colto ancora informe (embrione) nell’utero materno. Il Salmista per indicare l’azione divina nel grembo materno ricorre ad alcuni simbolismi classici nella Bibbia e in altre culture: c’è quello “plastico” del vasaio e dello scultore e quello “tessile” del ricamo: “Sei tu che mi hai tessuto nel seno di mia madre”. Il grembo oscuro e fecondo della partoriente, come quello della grande madre Terra, è trapassato dallo sguardo creatore di Dio e diventa cantiere nel nostro destino fisico e spirituale. La funzione della donna è in parallelo a quella della terra: come il seme caduto nel terreno diventa fecondo, così il seme maschile nel grembo materno si trasforma in creatura vivente. Il miracolo della creazione e dell’esistenza è contemplato dal salmista con lo stupore della poesia e della fede. L’ultima strofa (vv. 19-24) sorprende perché con la sua veemenza sembra in opposizione alla pace della contemplazione precedente. Il tema è quello del giudizio divino sul male nei cui confronti l’orante si dichiara puro. Anzi egli “odia” i nemici di Dio, personificazione semitica del peccato di idolatria.

PERFETTA LETIZIA

La tradizione vuole che questo salmo sia stato scritto da Davide. Alcuni aramaismi, invece, indicherebbero che il salmo sia stato scritto nel tardo postesilio, ma non con conclusione certa.

Il salmista sa di essere alla presenza di Dio e sa che a lui nulla sfugge: “Tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo...”. Egli sa che Dio coglie il suo pensiero prima che trovi espressione vocale: “Intendi da lontano i miei pensieri”; “La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta”. Dio circonda l'uomo con la sua presenza, e su di lui esercita la sua sovranità: “Poni su di me la tua mano”. Il salmista vede questo non come un'oppressione, ma come l'esercizio di un disegno ricolmo di saggezza che non sa comprendere, cioè esaurire nella sua ricchezza infinita: “Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile"; “Quanto profondi per me i tuoi pensieri...”.

Se egli volesse allontanarsi dallo “spirito” di Dio, sottrarsi alla conoscenza di Dio e alla sua sovranità non potrebbe. Il tema del fuggire dalla presenza di Dio non è soltanto un espediente per dire l'onnipresenza e onniscienza di Dio, ma è connesso al peccato, alla volontà di fare senza Dio. Adamo si nascose dalla presenza di Dio (Gn 3,8).

Il salmista attinge all'immaginazione: “Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti”. Egli immagina di volare con la velocità del chiarore dell'aurora e di giungere all'estremità del mare per abitarci. Egli in tal modo dovrebbe far perdere le sue tracce allo sguardo di Dio, ma sarebbe solo un'illusione: “anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra”; Dio sarebbe sua guida anche là, pur afferrandolo, cioè pur esercitando la sua sovranità. Si deve notare che Dio non solamente afferra, perché sarebbe solo un punire, ma anche guida con la sua mano, cioè orienta nuovamente l'uomo verso di lui e lo guida nel cammino della salvezza.

Il peccatore vorrebbe non avere limiti, essere come Dio. Vorrebbe salire in cielo; scendere nelle profondità degli inferi; raggiungere un punto e l'altro della terra con la velocità del chiarore dell'aurora. Ma anche se potesse far ciò non si potrebbe sottrarre a Dio.

Può solo restare sulla terra, e allora vorrebbe che Dio non lo scrutasse, che le tenebre gli impedissero di vederlo, ma continua a vederlo: “<Almeno le tenebre mi avvolgano e la luce intorno a me sia notte>; nemmeno le tenebre per te sono tenebre...”.

Il salmista, terminata la sequenza dei tentativi immaginari del sottrarsi dalla presenza di Dio, passa a vedersi come creatura di Dio: “Sei tu che hai formato i miei reni...”. Egli loda Dio che l'ha fatto come “una meraviglia stupenda”; con capacità di conoscere, di dominare le cose, di costruire, di inventare, di ordinare, di amare, di cantare, di comunicare il suo pensiero mediante la parola, di creare mediante l'arte, di procreare. Il salmista però non sosta sulle sue opere, ma su quelle grandi di Dio: "le riconosce pienamente l'anima mia". Il salmista è stupito del disegno di Dio sull'uomo, tanto alto che sorpassa le sue capacità di intendere: “Quanto profondi per me i tuoi pensieri...”. “erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati". Dio conosce da sempre tutto ciò che l'uomo liberamente farà nei suoi giorni, e conosce anche quanti saranno i suoi giorni.

Il salmista passa a guardare la terra compromessa dalla presenza dei peccatori, che odiano Dio: “Parlano contro di te con inganno, contro di te si alzano invano”, e pronuncia il desiderio della loro distruzione: “Se tu, Dio, uccidessi i malvagi!”

La parte finale del salmo non fa parte della recitazione cristiana. Dio colpirà i peccatori nel giudizio particolare, al termine della vita di ciascuno, e universale alla fine del mondo, ma ora lascia che il grano cresca con l'erba cattiva.

Cristo, via, verità e vita, è il disegno del Padre sull'uomo.

PAPA BENEDETTO XVI

In due tappe distinte la Liturgia dei Vespri ci propone la lettura di un inno sapienziale di limpida bellezza e di forte impatto emotivo, il Salmo 138. Questa è la prima parte della composizione (cf vv. 1-12), ossia le prime due strofe che esaltano rispettivamente l’onniscienza di Dio (cf vv. 1-6) e la sua onnipresenza nello spazio e nel tempo (cf vv. 7-12). Questa prima parte la preghiamo ai Vespri del Mercoledì della 4a Settimana.

Il vigore delle immagini e delle espressioni ha come scopo la celebrazione del Creatore:

«Se tanta è la grandezza delle opere create – afferma Teodoreto di Ciro, scrittore cristiano del V secolo – quanto grande dev’essere il loro Creatore!» (Discorsi sulla Provvidenza, 4: Collana di Testi Patristici, LXXV, Roma 1988, p. 115).

La meditazione del Salmista punta soprattutto a penetrare nel mistero del Dio trascendente, eppure a noi vicino.

Dio è presente per la gioia dell’uomo

La sostanza del messaggio che egli ci offre è lineare: Dio sa tutto ed è presente accanto alla sua creatura, che a Lui non può sottrarsi. La sua non è però una presenza incombente e ispettiva; certo, il suo è anche uno sguardo severo nei confronti del male davanti al quale non è indifferente.

Tuttavia l’elemento fondamentale è quello di una presenza salvifica, capace di abbracciare tutto l’essere e tutta la storia. È in pratica lo scenario spirituale a cui San Paolo, parlando all’Areopago di Atene, allude attraverso il ricorso alla citazione di un poeta greco: «In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).

Dio conosce perché ama

Il primo brano (cf Sal 138,1-6), come si diceva, è la celebrazione dell’onniscienza divina: si ripetono, infatti, i verbi della conoscenza come «scrutare», «conoscere», «sapere», «penetrare», «comprendere», «saggezza».
Come è noto, la conoscenza biblica supera il puro e semplice apprendere e capire intellettivo; è una sorta di comunione tra conoscente e conosciuto: il Signore è, quindi, in intimità con noi, durante il nostro pensare e agire.

All’onnipresenza divina è, invece, dedicato il secondo brano del nostro Salmo (cf vv. 7-12). In esso si descrive in modo vivido l’illusoria volontà dell’uomo di sottrarsi a quella presenza. Tutto lo spazio è percorso: c’è innanzitutto l’asse verticale «cielo-inferi» (cf v. 8), a cui subentra la dimensione orizzontale, quella che va dall’aurora, cioè dall’oriente, e giunge fino «all’estremità del mare» Mediterraneo, ossia l’occidente (cf v. 9). Ogni ambito dello spazio, anche il più segreto, contiene una presenza attiva di Dio.

L’amore non conosce tenebre

Il Salmista continua introducendo anche l’altra realtà in cui noi siamo immersi, il tempo, simbolicamente raffigurato dalla notte e dalla luce, dalla tenebra e dal giorno (cf vv. 11-12). Anche l’oscurità, in cui è arduo procedere e vedere, è penetrata dallo sguardo e dall’epifania del Signore dell’essere e del tempo.

La sua mano è sempre pronta ad afferrare la nostra per guidarci nel nostro itinerario terreno (cf v. 10). È, dunque, una vicinanza non di giudizio che incuta terrore, ma di sostegno e di liberazione. E così possiamo capire qual è l’ultimo, essenziale contenuto di questo Salmo: è un canto di fiducia. Dio è sempre con noi.

Anche nelle notti più oscure della nostra vita, non ci abbandona. Anche nei momenti più difficili, rimane presente. E anche nell’ultima notte, nell’ultima solitudine nella quale  nessuno può accompagnarci, nella notte della morte, il Signore non ci abbandona. Ci accompagna anche in questa ultima solitudine della notte della morte. E perciò noi cristiani possiamo essere fiduciosi: non siamo mai lasciati soli. La bontà di Dio è sempre con noi.

Abbiamo iniziato con una citazione dello scrittore cristiano Teodoreto di Ciro. Concludiamo affidandoci ancora a lui e al suo IV Discorso sulla Provvidenza divina, perché è in ultima analisi questo il tema del Salmo. Egli si sofferma sul v. 6 in cui l’orante esclama:

«Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo».

Teodoreto commenta quel passo rivolgendosi all’interiorità della coscienza e dell’esperienza personale e afferma:

«Rivolto verso me stesso e diventato intimo a me stesso, allontanatomi dai clamori esterni, volli immergermi nella contemplazione della mia natura...

Riflettendo su queste cose e pensando all’armonia fra la natura mortale e quella immortale, sono vinto da tanto prodigio e, non arrivando a contemplare questo mistero, riconosco la mia sconfitta; di più, mentre proclamo la vittoria della saggezza del Creatore e a lui canto inni di lode, grido: «Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo»»

Dopo aver contemplato nella prima parte (cf vv. 1-12) il Dio onnisciente e onnipotente, Signore dell’essere e della storia, ora questo inno sapienziale di intensa bellezza e passione punta verso la realtà più alta e mirabile dell’intero universo, l’uomo, definito come il «prodigio» di Dio (cf v. 14). Si tratta, in realtà, di un tema profondamente in sintonia con il mistero dell’Incarnazione che ha il suo inizio con l’annuncio a Maria e si manifesta con la nascita del Figlio di Dio fattosi uomo, anzi, fattosi Bambino per la nostra salvezza.
Dopo aver considerato lo sguardo e la presenza del Creatore che spazia in tutto l’orizzonte cosmico, nella seconda parte del Salmo che meditiamo oggi, gli occhi amorevoli di Dio si rivolgono all’essere umano, considerato nel suo inizio pieno e completo. Egli è ancora «informe» nell’utero materno: il vocabolo ebraico usato è stato inteso da qualche studioso della Bibbia come rimando all’«embrione», descritto in quel termine come una piccola realtà ovale, arrotolata, ma sulla quale si pone già lo sguardo benevolo e amoroso degli occhi di Dio (cf v. 16).

Dio plasma l’uomo

Il Salmista per definire l’azione divina all’interno del grembo materno ricorre alle classiche immagini bibliche, mentre la cavità generatrice della madre è comparata alle «profondità della terra», ossia alla costante vitalità della grande madre terra (cf v. 15).
C’è innanzitutto il simbolo del vasaio e dello scultore che «forma», plasma la sua creazione artistica, il suo capolavoro, proprio come si diceva nel libro della Genesi per la creazione dell’uomo: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo» (Gn 2,7). C’è, poi, il simbolo «tessile», che evoca la delicatezza della pelle, della carne, dei nervi «intessuti» sullo scheletro osseo. Anche Giobbe rievocava con forza queste e altre immagini per esaltare quel capolavoro che è la persona umana, pur percossa e ferita dalla sofferenza: «Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto integro in ogni parte... Ricordati che come argilla mi hai plasmato... Non mi hai colato forse come latte e fatto accagliare come cacio? Di pelle e di carne mi hai rivestito, d’ossa e di nervi mi hai intessuto» (Gb 10,8-11).

Già circondati dall’amore divino

Estremamente potente è, nel nostro Salmo, l’idea che Dio di quell’embrione ancora «informe» veda già tutto il futuro: nel libro della vita del Signore già sono scritti i giorni che quella creatura vivrà e colmerà di opere durante la sua esistenza terrena. Torna così ad emergere la grandezza trascendente della conoscenza divina, che non abbraccia solo il passato e il presente dell’umanità, ma anche l’arco ancora nascosto del futuro. Ma appare anche la grandezza di questa piccolacreatura umana non nata, formata dalle mani di Dio e circondata dal suo amore: un elogio biblico dell’essere umano dal primo momento della sua esistenza.

Noi ora vorremmo affidarci alla riflessione che San Gregorio Magno, nelle sue Omelie su Ezechiele, ha intessuto sulla frase del Salmo da noi prima commentata: «Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro» (v. 16).

Su quelle parole il Pontefice e Padre della Chiesa ha costruito un’originale e delicata meditazione riguardante quanti nella Comunità cristiana sono più deboli nel loro cammino spirituale.

E dice che anche i deboli nella fede e nella vita cristiana fanno parte dell’architettura della Chiesa, vi vengono tuttavia annoverati... in virtù del buon desiderio. È vero, sono imperfetti e piccoli, tuttavia per quanto riescono a comprendere, amano Dio e il prossimo e non trascurano di compiere il bene che possono.

Anche se non arrivano ancora ai doni spirituali, tanto da aprire l’anima all’azione perfetta e all’ardente contemplazione, tuttavia non si tirano indietro dall’amore di Dio e del prossimo, nella misura in cui sono in grado di capirlo.

Per cui avviene che anch’essi contribuiscono, pur collocati in posto meno importante, all’edificazione della Chiesa, poiché, sebbene inferiori per dottrina, profezia, grazia dei miracoli e completo disprezzo del mondo, tuttavia poggiano sul fondamento del timore e dell’amore, nel quale trovano la loro solidità» (2,3,12-13, Opere di Gregorio Magno, III/2, Roma 1993, pp. 79.81).

Il messaggio di San Gregorio diventa una grande consolazione per tutti noi che procediamo spesso con fatica nel cammino della vita spirituale ed ecclesiale. Il Signore ci conosce e ci circonda tutti con il suo amore.

MENTRE AMO IN ESSI LA TUA OPERA

«Io odio in coloro che odiano la tua legge la loro iniquità, ma amo in essi la tua opera. Odiare di odio perfetto non è odiare gli uomini per il fatto che essi sono viziosi... è invece odiare nei viziosi ciò che viene dal male e amare ciò che viene dall'uomo... È avere per l'iniquità un odio così totale che, per amore del colpevole, si prega per la sua conversione» (S.Agostino).

QUESTA INTERIORE NOTTE

Questa interiore notte
ove luce nessuna rompe
un attimo la tenebra compatta;
questa notte, coltre di morte,
immobile mare ove il grido
è rottame inutile.
Notte nemica, ove nessuno
è presente a segnare il punto
del tuo viaggio:
nessuno a dirti la distanza
della terra, del cielo;
mia notte, spazio non di vita,
non di morte,
ove non è dato sapere
se una qualsiasi speranza d'approdo
sia ancora possibile:
questa inanimata notte
è mia dimora, Signore,
il mio elemento ove m'immergo:
e tu, tu, o Assente,
la mia lontanissima sponda.

Dossologia

A colui che su tutto ha potere
più di quanto possiamo pensare,
per il Cristo che opera in noi
nello Spirito gloria nei secoli.

Preghiera

Dio, o Grande Occhio,
come il tuo nome significa:
vigile Onnipresenza
che tutto vedi e sai,
fa' che pure noi vediamo te
sia che tu rifulga in chiarità
dalla tua sede di stelle,
sia che tu incomba come ombra nella notte;
e là dove più ti pensiamo assente,
come nella ingiustizia e nella sofferenza,
là soprattutto rivelati
con tutta la potenza del tuo amore.
Amen.

 

Inserito da  Sabato, 28 Novembre 2015 Letto 1455 volte
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