Salmo 141

Contro l'attrattiva del male

E LE MANI ALZATE IN OFFERTA,
LA SERA...

«La nostra anima come un uccello
è stata liberata
dal laccio dei cacciatori» (Salmo 124).

salmo 148 3

Pure se tu hai «in abominio» le nubi di incenso che avvolgono gli altari, e «non sopporti novilunii e sabati, e assemblee sacre», perché non sopporti che siano uniti insieme «delitto e solennità», almeno ti siano gradite le selve di mani alzate nella notte egizia, da tutti i poveri del mondo: mani distese; solo mani, senza parole, perche non sanno cosa più dirti. Questa offerta di mani vuote sia la supplica che salva anche noi, Signore, che salva anche chi crede di credere, Signore.

 

[1]Salmo. Di Davide.

Signore, a te grido, accorri in mio aiuto;
ascolta la mia voce quando t'invoco.
[2]Come incenso salga a te la mia preghiera,
le mie mani alzate come sacrificio della sera.

[3]Poni, Signore, una custodia alla mia bocca,
sorveglia la porta delle mie labbra.
[4]Non lasciare che il mio cuore si pieghi al male
e compia azioni inique con i peccatori:
che io non gusti i loro cibi deliziosi.
[5]Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri,
ma l'olio dell'empio non profumi il mio capo;
tra le loro malvagità continui la mia preghiera.

[6]Dalla rupe furono gettati i loro capi,
che da me avevano udito dolci parole.
[7]Come si fende e si apre la terra,
le loro ossa furono disperse alla bocca degli inferi.

[8]A te, Signore mio Dio, sono rivolti i miei occhi;
in te mi rifugio, proteggi la mia vita.
[9]Preservami dal laccio che mi tendono,
dagli agguati dei malfattori.
[10]Gli empi cadono insieme nelle loro reti,
ma io passerò oltre incolume.

COMMENTI 

RAVASI

I vv. 5- 7 di questa supplica costituiscono un vero e proprio enigma testuale variamente risolto dagli studiosi. Il senso generale del salmo può essere così restituito. Un appello iniziale presenta la preghiera e la sofferenza dell'orante come se fosse il sacrificio vespertino dell'incenso che quotidianamente si celebrava nel Tempio di Gerusalemme (vv. 1-2). Il culto autentico è, perciò, l'esistenza stessa offerta a Dio, con le sue amarezze e le sue speranze, nello spirito del messaggio profetico (vedi il Salmo 50). La supplica vera e propria si snoda nei vv. 3-7 e comprende una protesta d'innocenza e un 'imprecazione. Il salmista non cederà mai alle vergogne dell'idolatria, non lascerà mai che l'olio profumato dell'ospitalità degli iniqui lo attiri, contro di essi egli scaglierà la maledizione affidandoli alla giustizia divina. E la maledizione - ironicamente chiamata «dolci parole» nel v. 6 - è citata in modo esplicito nei vv. 6- 7 e comprende immagini iperboliche di esecuzioni capitali operate da Dio stesso contro i malvagi. A questo punto il salmo si chiude con un'altra breve supplica (vv. 8-1 D), con una nuova implorazione e una nuova maledizione contro i nemici. Le parole sempre veementi del poeta vogliono sottolineare la sua totale dissociazione dal male e la sua fedeltà al Signore anche nella prova.

CORSO BIBLICO

Tutto l’essere della persona è preghiera e culto: il tempo offerto a Dio diventa incenso e sacrificio. Le mani alzate nell’orazione sincera sono un ponte di comunicazione con Dio, prima e più ancora del fumo che sale dalla vittima o dalle offerte durante il rito sacrificale serale. L’orante supplica il Signore perché impedisca che le sue labbra e la sua coscienza (“cuore”) siano affascinate dal male. Parole e opere sono, infatti, l’espressione di una scelta esistenziale: “Sorveglia la porta delle mie labbra...non lasciare che il mio cuore compia azioni inique con i peccatori”. La tentazione di stabilire una solidarietà con i perversi e quindi con il male è raffigurata con il simbolo del cibo squisito, che incarna l’idea di intimità, comunione e condivisione (“che io non gusti i loro cibi deliziosi”). A questo punto si ha come un’automaledizione: il salmista è pronto a una sfida per proclamare la sua innocenza. Il giusto potrà colpirlo e punirlo se lo vedrà avvolto dal profumo dal male, divenendo ospite dei malvagi: si usa l’immagine dell’olio profumato che veniva offerto all’ospite di riguardo: “Mi percuota il giusto e il fedele mi rimproveri ma l’olio dell’empio non profumi il mio capo”. L’orante è pronto a essere scomunicato dall’assemblea di Israele, qualora si ritrovi in lui un segno di solidarietà con i perversi. E per sottolineare questa dissociazione pronunzia un’altra maledizione, questa volta contro gli empi: “Le loro ossa saranno disperse alla bocca degli inferi e il loro corpo sarà sfracellato e lacerato come lo è il terreno sul quale passa un aratro” (vv. 6-7). La fedeltà dell’orante è incrollabile e quindi sarà benedetta da Dio, mentre l’empietà dei suoi avversari è votata al fallimento e alla rovina. Il linguaggio riprende la simbologia classica delle lamentazioni: lacci di cacciatori che stringono al piede il giusto e agguati mortali.

PERFETTA LETIZIA

Si preferisce parlare genericamente di “preghiera del mattino”, circa questo salmo, ma è certo che ha un sottostante tessuto storico.

Il salmo presenta un parallelo tra la preghiera e il culto nel tempio; la preghiera del salmista e la sua lode a Dio sono pienamente suppletive al culto rituale del tempio: “La mia preghiera stia davanti a te come incenso, le mie mani alzate come sacrificio della sera".
Sono presenti orrori di guerra: "Siano scaraventati sulle rocce i loro capi" e il salmista ne è contemporaneo, ma ha la speranza che le sue parole in tanta tragedia vengano ascoltate: “sentano quanto sono dolci le mie parole".

Gli empi hanno vita comoda, e tentano il salmista di passare dalla loro parte: “L'olio del malvagio non profumi la mia testa; tra le loro malvagità continui la mia preghiera”.

Cercando di collegare questi dati si può arrivare ad un quadro plausibile.

Il salmista è un esule a Babilonia facente parte della seconda deportazione (2Re 25,8). Egli ha visto capi religiosi di Israele, macchiati di idolatria, buttati giù nel precipizio in cui scorre il Cedron (Cf. 2Cr 25,12).

"Sono dolci le mie parole" dice il salmista, scegliendo le parole più incisive per far ravvedere quegli idolatri (Cf. Ez 8,4-18).

I seguaci di questi capi divennero dei kapò al servizio dei Babilonesi, contro i veri Israeliti. Questo nonostante quello che avevano visto fare ai loro capi; il che vuol dire che avevano abdicato ad ogni idealità.

Il salmista fedele si trovò nella situazione di essere vigilato da questi connazionali asserviti al nemico e di domandare a Dio di essere vigilante nel non pronunciare parole che sapessero di ribellione al potere di Babilonia, che sarebbero immediatamente riferite: “Poni, Signore, una guardia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra" Questi empi, non solo sono pronti a riferire, ma cercano di provocare reazioni di ribellione: “Proteggimi dal laccio che mi tendono, dalle trappole dei malfattori”.

Il tessuto esistenziale del salmo è dunque drammatico e presenta una situazione che purtroppo si ripete tante volte: traditori che passano al servizio del nemico, diventano i vigilanti crudeli dei compagni. Il salmista subisce pure la pressione di desistere dalla sua fede; ma preferisce il rigore dei giusti, la correzione dei giusti, che rimangono fedeli all'alleanza, ai beni che gli vengono prospettati: “Mi percuota il giusto e il fedele mi corregga, l'olio dell'empio...”.

In tale situazione il salmista si rivolge a Dio per trovare rifugio in lui, pace in lui: “In te mi rifugio, non lasciarmi indifeso”.

Ma il salmista vede anche che gli empi rimangono vittime della loro malvagità, poiché vengono disprezzati da coloro che stanno servendo, e cadono sotto le loro mani: “I malvagi cadono insieme nelle loro reti, mentre io, incolume, passerò oltre”.

Il tessuto esistenziale del salmo, come quello degli altri salmi, è capace di significare tante altre simili circostanze drammatiche.

La nostra preghiera è in Cristo; è rivolta al Padre in spirito e verità. Essa è veramente come incenso che sale, e come soave odore dell'offerta di noi stessi sull'altare del nostro cuore, dove arde la fiamma dello Spirito Santo.

VINCENZO TOPA -cantore

Il salmo 141 (142) è attribuito a Davide ed è una preghiera che egli innalzò a Dio dalla caverna in cui si era rifugiato per sfuggire a Saul (cfr. 1Sam. 22). Nella tradizione patristica il grido di aiuto di Davide diventa profezia di quello di Cristo nella solitudine e sofferenza della sua passione. In Cristo, allora, ognuno di noi può cantare questo salmo nella solitudine dei momenti di persecuzione. “Con la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico il Signore; davanti a lui effondo il mio lamento, al tuo cospetto sfogo la mia angoscia.” Personalmente intitolerei questo salmo “il salmo della solitudine”. Ciascuno di noi, nel segreto della suo Getsemani, può effondere il proprio lamento davanti a Cristo, al cospetto di Dio che tutto conosce e che vede nel segreto del cuore... Ma perché “viene meno il mio spirito”? Sant’Agostino molto chiaramente ci spiega: “Perché io non attribuisca a me stesso le forze di cui dispongo, ma mi renda conto che il successo deriva da Dio” (En. in ps., 141). Venga meno allora il nostro spirito e parli lo Spirito di Dio, come è scritto: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt. 5, 3): “Mentre il mio spirito vien meno tu conosci la mia via. Nel sentiero dove cammino mi hanno teso un laccio. Guarda a destra e vedi: nessuno mi riconosce. Non c’è per me via di scampo, nessuno ha cura della mia vita.” Sembra dunque tutto perduto, ma il salmista vede la porta della salvezza e grida di nuovo. Gesù, il Signore, ha detto: “Io sono la porta, se uno entra attraverso di me, sarà salvo” (Gv. 10,9). Cristo è il nostro rifugio, la “nostra porzione di eredità nella terra dei viventi” (cfr. Sal. 16, 6) di cui qui si parla. “Io grido a te, Signore; dico: Sei tu il mio rifugio, tu sei la mia sorte nella terra dei viventi.” Il Padre ascoltò questo grido e liberò Davide da Saul. Il Padre allo stesso modo liberò Cristo dai suoi persecutori con la vittoria della sua risurrezione. Così Egli ha il potere di liberare ciascuno di noi. Vittoria perfettamente alla nostra portata solo in Cristo, colui che detiene la vittoria definitiva sui persecutori, le potenze del male che abitano questo mondo di tenebra (cfr. Ef. 6, 12). “Ascolta la mia supplica: ho toccato il fondo dell’angoscia. Salvami dai miei persecutori perché sono più forti di me." “Da chi credete voglia essere liberato attraverso la preghiera? Da persecutori umani? Ma è proprio vero che i nostri nemici sono gli uomini? Abbiamo altri nemici, nemici invisibili, che ci perseguitano sotto altra forma. L’uomo ci perseguita volendo uccidere il corpo, l’altro nemico ci perseguita volendo accalappiare l’anima. Egli dispone anche di strumenti, essendo scritto di lui che opera mediante i figli dell’incredulità... (S. Agostino, En. in ps.,141)  Il carcere dell’anima è un luogo fisico, il proprio corpo, e contemporaneamente uno stato spirituale, quando questa si sente incatenata dai nemici di cui abbiamo detto... Il salmista ci insegna con i versi finali a chiedere la liberazione guardando in alto, all’incontro con la comunità dei santi, al Paradiso. Non a caso gli ultimi versetti di questo salmo sono stati pronunciati da San Francesco in punto di morte2 . “Strappa dal carcere la mia vita, perché io renda grazie al tuo nome: i giusti mi faranno corona quando mi concederai la tua grazia.” La morte del giusto è una festa, non genera disperazione, a differenza di quella dell’empio. Al funerale del giusto si canta, mentre a quello dell’empio si levano grida di disperazione.

Dossologia

Ora il canto dei suoi giusti si levi
come fumo di purissimo aroma:
perché viene, ha promesso, ritorna:
è sua gloria la salvezza degli umili.

Preghiera

Quando ci assale la prova e il dubbio
vieni subito in nostro soccorso, Signore,
perché da soli non possiamo far nulla:
ti commuova la selva di mani
innalzate a te ogni giorno
da tutta la terra:
che almeno i giusti non ti preghino invano,
ma per essi scendi e disperdi
corruttori e malvagi d'ogni specie,
e salva noi dal soccombere alle loro seduzioni.
Amen.

 

 

 

Inserito da  Domenica, 29 Novembre 2015 Letto 445 volte
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