Salmo 143

Umile supplica

NESSUN VIVENTE È GIUSTO

SÚPLICA salmo140

«La Scrittura non dice nessun uomo ma nessun vivente. Questo significa: né un Evangelista, né un Apostolo, né un Profeta. Bisogna salire più in alto: né gli Angeli, né i Troni, né le Dominazioni, né le Potenze, né le Virtù... Solo Dio non è toccato dal peccato. Tutti gli altri esseri, in quanto posseggono il libero arbitrio, possono inclinare la loro volontà nell'uno o nell'altro senso» (S. Gerolamo).

[1]Salmo. Di Davide.

Signore, ascolta la mia preghiera,
porgi l'orecchio alla mia supplica,
tu che sei fedele,
e per la tua giustizia rispondimi.
[2]Non chiamare in giudizio il tuo servo:
nessun vivente davanti a te è giusto.

[3]Il nemico mi perseguita,
calpesta a terra la mia vita,
mi ha relegato nelle tenebre
come i morti da gran tempo.
[4]In me languisce il mio spirito,
si agghiaccia il mio cuore.
[5]Ricordo i giorni antichi,
ripenso a tutte le tue opere,
medito sui tuoi prodigi.
[6]A te protendo le mie mani,
sono davanti a te come terra riarsa.
[7]Rispondimi presto, Signore,
viene meno il mio spirito.
Non nascondermi il tuo volto,
perché non sia come chi scende nella fossa.
[8]Al mattino fammi sentire la tua grazia,
poiché in te confido.
Fammi conoscere la strada da percorrere,
perché a te si innalza l'anima mia.
[9]Salvami dai miei nemici, Signore,
a te mi affido.
[10]Insegnami a compiere il tuo volere,
perché sei tu il mio Dio.
Il tuo spirito buono
mi guidi in terra piana.

[11]Per il tuo nome, Signore, fammi vivere,
liberami dall'angoscia, per la tua giustizia.
[12]Per la tua fedeltà disperdi i miei nemici,
fà perire chi mi opprime,
poiché io sono tuo servo.

 

Padre, confidiamo in te.

Figlio, siamo uniti a te.

Spirito, ci affidiamo a te. Amen.

 

COMMENTI

RAVASI

«Non è giusto per te nessun essere»: questa dichiarazione del v. 2 sulla universale peccaminosità di ogni Uomo è stata uno dei punti di partenza della riflessione paolina sul peccato e sulla grazia, Come è attestato da Galati 2,16 e Romani 3,20. È anche per questa ragione che il Salmo 143 è l'ultimo dei sette salmi penitenziali della tradizione cristiana (Salmi 6; 32; 38; 51 ; 102; 130; 143). Ed è proprio a questo umile riconoscimento della fragilità umana che attinge anche la supplica dell'orante. Egli chiede a Dio di sostenerlo negli incubi della morte e della fossa infernale e contro la furia dei nemici che lo perseguitano. Egli si sente quasi cittadino delle tenebre: «È mia casa d'esilio la notte Come uno che è già nella morte» (v. 3). Egli ha ormai l'anima Consumata Come una terra riarsa. Ma è certo che il Signore lo prenderà per mano e lo libererà dal peccato, dalla morte e dai nemici conducendolo «su vie giuste in terre tranquille» (v. 10). Più che una speranza di immortalità è l'attesa di un futuro diverso nella strada della vita.

CORSO BIBLICO

Questo Salmo è l’ultimo dei sette Salmi penitenziali (Salmi 6; 31; 37; 50; 101, 129). Questa supplica, di epoca postesilica, offre fin dalle prime battute un tema caro alla teologia paolina, quello della peccaminosità umana: “Nessun vivente davanti a te è giusto” (v. 2). Questa frase è stata assunta da Paolo come base per la sua riflessione sul peccato e sulla grazia (Gal 2,16; Rom 3,20). Il Salmo sembra impostato attorno a due movimenti poetici e tematici che si richiamano a vicenda. 1. La prima sezione (vv. 1-6) è una invocazione continua e insistente a Dio che è fedele alle sue promesse e al suo amore, a differenza dell’uomo che è incostante e che non ha meriti da vantare. Il dramma in cui l’orante si dibatte è gravissimo e ha i contorni di un incubo mortale. Il nemico, infatti, l’ha condotto alle soglie della morte. Gli inferi sono evocati con tre elementi diversi: la “terra” (allusione al sepolcro), le “tenebre” (sono la negazione della vita condotta alla luce del sole), infine“ i morti da gran tempo” (i trapassati) (v.3). Il salmista descrive poi se stesso e la sua gola-anima-respiro come una terra assetata che languisce per la necessità di acqua che la fecondi (vv. 4.6); cioè, fuori metafora, abbiamo bisogno della parola e dell’azione salvatrice di Dio. Al fedele, atterrato e calpestato, restano libere solo le mani che si levano in un gesto implorante: “A te protendo le mie mani” (v. 6). 2. Nella seconda sezione della supplica (vv. 7-12) la tensione raggiunge il suo vertice. Il salmista sente sfuggirgli la vita dalle mani: “Rispondimi presto, Signore, viene meno il mio spirito” (v. 7). Se Dio nasconde il suo volto, l’uomo piomba nel nulla, si trasforma in uno spettro che scende negli inferi. Ma l’approdo finale non è mai nella disperazione o nella catastrofe. L’orante è certo che “al mattino”, considerato come il momento tipico dell’esaudimento divino dopo la notte tenebrosa della prova, Dio spezzerà l’oscurità della sofferenza, come la luce dell’alba ricaccia lontano il buio. Egli, allora, svelerà la sua “grazia” (v. 8) e condurrà il fedele per mano su una “terra piana” (“la strada da percorrere”), una via simile ai tracciati dei percorsi processionali posti dinanzi ai templi orientali: “Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana” (v. 10). L’intervento divino, oltre alla salvezza del giusto, comprende anche il giudizio severo sugli empi che saranno dispersi e annientati perché hanno calpestato colui che si autoproclama “tuo servo” (v. 12)

PAPA GIOVANNI PAOLO II

Il Salmo 143, l’ultimo dei cosiddetti «Salmi penitenziali» nel settenario di suppliche distribuite nel Salterio (cf Sal 6; 31; 37; 50; 101; 129; 142) viene pregato alle lodi del giovedì, della IV settimana del Salterio. La tradizione cristiana ha utilizzato questo tipo di salmi per invocare dal Signore il perdono dei peccati. Il testo che vogliamo approfondire era particolarmente caro a San Paolo, che ne aveva dedotto una radicale peccaminosità in ogni creatura umana: «Nessun vivente davanti a te, (o Signore), è giusto» (v. 2). Questa frase viene assunta dall’Apostolo a base del suo insegnamento sul peccato e sulla grazia (cf Gal 2,16; Rm 3,20).
La Liturgia delle Lodi ci propone questa supplica come proposito di fedeltà e implorazione di aiuto divino agli inizi della giornata. Il Salmo infatti ci fa dire a Dio: «Al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido» (Sal 142,8).

Dinanzi al male del mondo

Il Salmo inizia con un’intensa e insistente invocazione rivolta a Dio, fedele alle promesse di salvezza offerta al popolo (cf v. 1). L’orante riconosce di non avere meriti da far valere e quindi chiede umilmente a Dio di non atteggiarsi a giudice (cf v. 2).
Poi egli tratteggia la situazione drammatica, simile ad un incubo mortale, in cui si sta dibattendo: il nemico, che è la rappresentazione del male della storia e del mondo, lo ha condotto fino alle soglie della morte. Eccolo, infatti, caduto nella polvere della terra, che è già un’immagine del sepolcro; ecco le tenebre, che sono la negazione della luce, segno divino di vita; ecco, infine, «i morti da gran tempo», cioè i trapassati (cf v. 3), tra i quali gli sembra di essere già relegato.

Sorge una speranza

L’esistenza stessa del Salmista è devastata: manca ormai il respiro e il cuore sembra un pezzo di ghiaccio, incapace di continuare a battere (cf v. 4). Al fedele, atterrato e calpestato, restano libere solo le mani, che si levano verso il cielo in un gesto che è, al tempo stesso, di implorazione di aiuto e di ricerca di sostegno (cf v. 6). Il pensiero infatti gli corre al passato in cui Dio ha operato prodigi (cf v. 5).
Questa scintilla di speranza riscalda il gelo della sofferenza e della prova in cui l’orante si sente immerso e in procinto di essere travolto (cf v. 7). La tensione, rimane, comunque, sempre forte; ma un raggio di luce sembra profilarsi all’orizzonte. Passiamo, così, all’altra parte del Salmo (cf vv. 7-11).

Compiere il volere di Dio

Essa si apre con una nuova, pressante invocazione. Il fedele sentendo quasi sfuggirgli la vita, lancia a Dio il suo grido: «Rispondimi presto, Signore, viene meno il mio spirito» (v. 7). Anzi, egli teme che Dio abbia nascosto il suo volto e si sia allontanato, abbandonando e lasciando sola la sua creatura.
La scomparsa del volto divino fa piombare l’uomo nella desolazione, anzi, nella morte stessa, perché il Signore è la sorgente della vita. Proprio in questa sorta di frontiera estrema fiorisce la fiducia nel Dio che non abbandona. L’orante moltiplica le sue invocazioni e le appoggia con dichiarazioni di fiducia nel Signore: «Poiché in te confido... perché a te si innalza l’anima mia... a te mi affido... sei tu il mio Dio...». Egli chiede di essere salvato dai suoi nemici (cf vv. 8-12) e liberato dall’angoscia (cf v. 11), ma fa anche ripetutamente un’altra domanda, che manifesta una profonda aspirazione spirituale: «Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio» (v. 10a; cf vv. 8b. 10b.). Questa ammirevole domanda la dobbiamo fare nostra. Dobbiamo capire che il nostro bene più grande è l’unione della nostra volontà con la volontà del nostro Padre celeste, perché soltanto così possiamo ricevere in noi tutto il suo amore, che ci porta la salvezza e la pienezza della vita. Se non è accompagnata da un forte desiderio di docilità a Dio, la fiducia in Lui non è autentica.

In attesa del giorno luminoso

L’orante ne è consapevole ed esprime quindi questo desiderio. La sua è allora una vera e propria professione di fiducia in Dio salvatore, che strappa dall’angoscia e ridona il gusto della vita, in nome della sua «giustizia», ossia della sua fedeltà amorosa e salvifica (cf v. 11). Partita da una situazione quanto mai angosciosa, la preghiera è approdata alla speranza, alla gioia e alla luce, grazie ad una sincera adesione a Dio e alla sua volontà, che è una volontà di amore. È questa la potenza della preghiera, generatrice di vita e di salvezza.
Fissando lo sguardo verso la luce del mattino della grazia (cf v. 8), San Gregorio Magno, nel suo commento ai sette Salmi penitenziali, così descrive quell’alba di speranza e di gioia: «È il giorno illuminato da quel sole vero che non conosce tramonto, che le nubi non rendono tenebroso e la nebbia non oscura... Quando apparirà Cristo, nostra vita, e cominceremo a vedere Dio a viso aperto, allora fuggirà ogni caligine delle tenebre, svanirà ogni fumo dell’ignoranza, sarà dissipata ogni nebbia della tentazione... Quello sarà il giorno luminoso e splendido, preparato per tutti gli eletti da Colui che ci ha strappato dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto.
La mattina di quel giorno è la Risurrezione futura... In quel mattino brillerà la felicità dei giusti, apparirà la gloria, si vedrà l’esultanza, quando Dio astergerà ogni lacrima dagli occhi dei santi, quando ultima sarà distrutta la morte, quando i giusti rifulgeranno come il sole nel regno del Padre.
In quel mattino, il Signore farà sperimentare la sua misericordia... dicendo: “Venite, benedetti dal Padre mio” (Mt 25,34). Allora sarà manifesta la misericordia di Dio, che nella vita presente la mente umana non può concepire. Il Signore ha infatti preparato, per quelli che lo amano, ciò che occhio non vide né orecchio udì né mai entrò nel cuore dell’uomo» (PL 79, coll. 649-650).

PADRE SALVATORE

Preghiera salmica

Con l’ultimo salmo penitenziale ti chiediamo, o Padre, di avere pietà di noi e di suscitare nel nostro cuore una fiducia più grande d’ogni nostro peccato. Per Cristo, nostro Signore. Amen.

Il Salmo 143 (142) è l’ultimo dei sette salmi penitenziali.

È una supplica che ben esprime l’atteggiamento che dovrebbe avere il fedele davanti al suo Dio. Ebbene: “Nessun vivente davanti a Dio è giusto!”, afferma l’orante al v. 2a, argomento ripreso dall’Apostolo Paolo per fondare la sua dottrina sulla grazia (cf. Gal 2,16; Rm 3,20).

Il Signore è chiamato ad ascoltare (v. 1), non a giudicare (v. 2). O meglio, proprio perché lui solo è giustizia e fedeltà (v. 1c d) deve rispondere con il perdono, a colui che, ontologicamente, è incapace di essere fedele e giusto (v. 2).

È la preghiera del Cristo della passione, fatta sua dalla Chiesa che attende il mattino dell’amore (v. 8a), cioè la Pasqua del suo Sposo risorto. Per questo motivo, nell’attuale rito monastico, il Sal 143 è alle lodi del sabato.

La liturgia utilizza il Sal 143 nella preghiera di suffragio dei defunti, chiedendo al Signore che nei loro confronti prevalga la misericordia sulla giustizia.

Il ricordo, il far memoria di tutto quello che nel passato Dio ha fatto per Israele (nell’Esodo), e di ciò che lo stesso orante ha sperimentato personalmente (v. 5), spinge questi all’audacia della preghiera. Ed ecco, colui che affermava l’assoluta santità di Dio (v. 2), protendere le mani verso il Santo (v. 6), chiedergli di essere sollecito nella risposta (v. 7a), supplicarlo di non nascondere ancora il suo Volto (v. 7c). E poiché Dio non si mostra disgustato, non ritenendo insolenti tali richieste, la confidenza dell’orante s’esprime al massimo: “Fammi udire al mattino il tuo amore” (v. 8a).

È la richiesta del Figlio, crocifisso e sepolto, che aspetta la risurrezione.

È l’anelito del mistico provato da una troppo lunga “notte oscura”.

Dopo questo, gli imperativi con i quali si chiede l’intervento diretto di Dio, si susseguono a cascata:

Fammi conoscere la via (v. 8c).

Liberami (v. 9).

Insegnami a fare il tuo volere (v. 10a).

Fa’ che il tuo Spirito buono mi guidi in terra piana (v. 10c).

Fammi vivere (v. 11a).

Strappami dall’angustia (v. 11b).

Distruggi i miei nemici (v. 12).

Firmato: “Il tuo servo” (v. 12c).

Il Servo potrebbe essere un individuo o l’intero Israele, che chiede di rivivere l’esperienza dell’antico Esodo. Siamo, d’altronde, nell’ambito dell’Alleanza. Tutto è motivato dall’affermazione: “Perché sei tu il mio Dio” (v. 10b), propria del patto che lega, in modo indissolubile, Jhwh ad Israele.

L’ultimo versetto: “Nel tuo amore (hesed) stermina i miei nemici” (v. 12a) è la spiegazione teologica di tutte le imprecazioni del Salterio. L’amore che Dio ha per Israele “arma” la sua mano contro chiunque attenti alla fede, perciò alla vita del suo Popolo prediletto.

VINCENZO TOPA -cantore neo-catecumenale

Il salmo 143 è attribuito a Davide, composto quando suo figlio Assalonne lo inseguiva (cfr. 2Sam. 15, 13-37). Con questo salmo, così come nel precedente, la nostra liturgia esprime i sentimenti di Cristo nella sua passione. In esso ascoltiamo la voce di Cristo, in cui parlano contemporaneamente capo e corpo della Chiesa: “Signore, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alla mia supplica, Tu che sei fedele, e per la tua giustizia rispondimi. Non chiamare in giudizio il tuo servo, nessun vivente è giusto davanti a te.” San Paolo dice al proposito: “Sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato. Ora invece, indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono” (Rm. 3, 19-22). E Sant’Agostino completa il discorso su questi versi spiegandoci chi sono coloro che vogliono –a differenza del salmista- entrare con Lui in giudizio: “Sono quei tali che, ignorando la giustizia di Dio, vogliono affermare la propria. A questi superbi risponde Dio: «Come presumete di intentare a me un processo elencandomi le vostre giustizie? Elencatele pure, io conosco i vostri misfatti. Come farò ad approvare la vostra giustizia se ho da condannare i vostri misfatti? »” (En. in ps., 142). Il diavolo perseguitò l’anima di Gesù e ancora oggi continua a perseguitare il corpo di Cristo in noi sue membra. Preghiamo con Cristo ed in Cristo Cristo è entrato nella morte per sconfiggere definitivamente la morte. Il mattino di cui parla il salmista nei versi seguenti è allora il mattino della risurrezione. Come giungere a vedere questo mattino di uomini nuovi, in cui “sentire la Sua grazia”? Aprendo il nostro cuore a ricevere lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio, possente baluardo contro le insidie e gli inganni che il nemico pone ogni giorno lungo la strada, unica guida sicura per discernere la volontà di Dio nella nostra vita. . “Al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido. Fammi conoscere la strada da percorrere, perché a te si innalza l’anima mia. Salvami dai miei nemici, Signore, a te mi affido.  Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi, mi guidi in terra piana.” E infatti disse Gesù: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv. 6, 44). Sotto la guida di questo Spirito cantiamo questo salmo e prepariamoci al combattimento. Che abbassi i monti della nostra superbia fino a farli diventare terra piana! “Per il tuo nome, Signore, fammi vivere, liberami dall’angoscia, per la tua giustizia. Per la tua fedeltà disperdi i miei nemici, fa’ perire chi mi opprime, poiché io sono tuo servo.”

Dossologia

Al Dio nascosto e presente
per lo Spirito in Cristo Signore,
gloria sia da tutti gli eventi.

Preghiera

Signore, mentre ti rendiamo grazie per la salvezza che continui a operare per Cristo Gesù nella comunione con il tuo Spirito, donaci di sentirti presente nella tempesta e nella bonaccia, nei giorni belli e nei giorni bui; liberaci da ogni avversità e da ogni angoscia, e così potremo sempre innalzare il canto alla tua eterna misericordia. Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inserito da  Domenica, 29 Novembre 2015 Letto 560 volte Ultima modifica il Domenica, 29 Novembre 2015
Devi effettuare il login per inviare commenti