Salmo 145

Lode al Signore re

GIORNO PER GIORNO TI VOGLIO
LODARE

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«Ricordò il precetto secondo il quale la preghiera deve essere recitata lentamente e come uno che conti monete d'oro. E infatti le sacre parole non erano forse più preziose di qualsiasi moneta? Il Signore è giusto in tutti i suoi modi... Il Signore è con tutti coloro che lo invocano... il Signore esaudirà il desiderio di quanti lo temono; egli ascolterà il loro grido... Quali parole!... Quanto pallide erano le folne del mondo dinnanzi alla verità» (I. B. Singer).

«L'uomo, che è una particella della tua creazione, ti vuole lodare! Tu fai sì che procuri gioia il fatto di lodarti, poiché tu ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finche non trovi riposo in te» (S. Agostino).

[1]Lodi. Di Davide.

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome
in eterno e per sempre.
[2]Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome
in eterno e per sempre.

[3]Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.
[4]Una generazione narra all'altra le tue opere,
annunzia le tue meraviglie.
[5]Proclamano lo splendore della tua gloria
e raccontano i tuoi prodigi.
[6]Dicono la stupenda tua potenza
e parlano della tua grandezza.
[7]Diffondono il ricordo della tua bontà immensa,
acclamano la tua giustizia.
[8]Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all'ira e ricco di grazia.
[9]Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

[10]Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
[11]Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza,
[12]per manifestare agli uomini i tuoi prodigi
e la splendida gloria del tuo regno.
[13]Il tuo regno è regno di tutti i secoli,
il tuo dominio si estende ad ogni generazione.

[14]Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.
[15]Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa
e tu provvedi loro il cibo a suo tempo.
[16]Tu apri la tua mano
e sazi la fame di ogni vivente.

[17]Giusto è il Signore in tutte le sue vie,
santo in tutte le sue opere.
[18]Il Signore è vicino a quanti lo invocano,
a quanti lo cercano con cuore sincero.
[19]Appaga il desiderio di quelli che lo temono,
ascolta il loro grido e li salva.
[20]Il Signore protegge quanti lo amano,
ma disperde tutti gli empi.

[21]Canti la mia bocca la lode del Signore
e ogni vivente benedica il suo nome santo,
in eterno e sempre.

Gloria a te, Padre, da ogni tua creatura.

Gloria a te, Figlio, da ogni redento.

Gloria a te, Spirito, da tutti noi che sperimentiamo l’Amore. Amen.

Come gli occhi dei cuccioli sono rivolti alle loro mamme, per avere da loro nutrimento e vita, così noi rivolgiamo a te, Padre, il nostro sguardo supplice. Non deluderci, e noi potremo sempre gridare il vangelo di tuo Figlio. Amen.

 

COMMENTI 

RAVASI

Il Salmo 145 è l'ultimo inno alfabetico del Salterio (vedi il Salmo 25) ed è una celebrazione solenne della regalità di Dio, come è attestato dal cuore tematico e spaziale del salmo, i vv. 11-13. Per il resto l'inno è una litania in onore delle azioni di salvezza e delle qualità proprie del Dio dell'alleanza: la sua onnipotenza svelata nelle grandi gesta della storia della salvezza, il suo amore per i poveri (v. 14), il suo saziare l'affamato (vv. 15-16), la sua vicinanza al giusto (v. 18), la sua infinità (vv. 3.6.8), la sua eternità (vv. 1.2.13.21), la sua bontà (vv. 7.9), la gloria (vv. 5.11.12), la maestà (vv. 5.12), 10 splendore (v. 5), la giustizia (vv. 7.17), la grazia (v. 8), la santità (v. 21), il suo nome potente (vv. 1.2.21). Lode, ringraziamento, fiducia si fondono in questo canto a JHWH re amoroso e tenero nei confronti delle sue creature.

PAPA BENEDETTO XVI

 Ora noi ci soffermeremo sulla prima parte, che corrisponde ai vv. 1-13.

Il Salmo è innalzato al Signore invocato e descritto come «re» (cf Sal 144,1), una raffigurazione divina che domina altri inni salmici (cf Sal 46;92;95-98). Anzi, il centro spirituale del nostro canto è costituito proprio da una celebrazione intensa e appassionata della regalità divina. In essa si ripete per quattro volte – quasi ad indicare i quattro punti cardinali dell’essere e della storia – la parola ebraica malkut, «regno» (cf Sal 144,11-13).
Sappiamo che questa simbologia regale, che sarà centrale anche nella predicazione di Cristo, è l’espressione del progetto salvifico di Dio: egli non è indifferente riguardo alla storia umana, anzi ha nei suoi confronti il desiderio di attuare con noi e per noi un disegno di armonia e di pace. A compiere questo piano è convocata anche l’intera umanità, perché aderisca alla volontà salvifica divina, una volontà che si estende a tutti gli «uomini», a «ogni generazione» e a «tutti i secoli». Un’azione universale, che strappa il male dal mondo e vi insedia la «gloria» del Signore, ossia la sua presenza personale efficace e trascendente.

Celebrare la salvezza

Verso questo cuore del Salmo, posto proprio al centro della composizione, si indirizza la lode orante del Salmista, che si fa voce di tutti i fedeli e vorrebbe essere oggi la voce di tutti noi. La preghiera biblica più alta è, infatti, la celebrazione delle opere di salvezza che rivelano l’amore del Signore nei confronti delle sue creature. Si continua in questo Salmo a esaltare «il nome» divino, cioè la sua persona (cf vv. 1-2), che si manifesta nel suo agire storico: si parla appunto di «opere», «meraviglie», «prodigi», «potenza», «grandezza», «giustizia», «pazienza», «misericordia», «grazia», «bontà» e «tenerezza».

È una sorta di preghiera litanica che proclama l’ingresso di Dio nelle vicende umane per portare tutta la realtà creata a una pienezza salvifica. Noi non siamo in balía di forze oscure, né siamo solitari con la nostra libertà, bensì siamo affidati all’azione del Signore potente e amoroso, che ha nei nostri confronti un disegno, un «regno» da instaurare (cf v. 11).

Il regno della tenerezza

Questo «regno» non è fatto di potenza e di dominio, di trionfo e di oppressione, come purtroppo spesso accade per i regni terreni, ma è la sede di una manifestazione di pietà, di tenerezza, di bontà, di grazia, di giustizia, come si ribadisce a più riprese nel flusso dei versetti che contengono la lode.
La sintesi di questo ritratto divino è nel versetto 8: il Signore è «lento all’ira e ricco di grazia». Sono parole che rievocano l’auto-presentazione che Dio stesso aveva fatto di sé al Sinai, dove aveva detto: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6). Abbiamo qui una preparazione della professione di fede di San Giovanni, l’Apostolo, nei confronti di Dio, dicendoci semplicemente che Egli è amore: «Deus Caritas est» (cf 1 Gv 4,8.16).

L’opera della misericordia

Oltre che su queste belle parole, che ci mostrano un Dio «lento all’ira, ricco di misericordia», sempre disponibile a perdonare e ad aiutare, la nostra attenzione si fissa anche sul successivo bellissimo versetto 9: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Una parola da meditare, una parola di consolazione, una certezza che Egli porta nella nostra vita.

A tale riguardo, San Pietro Crisologo (380 ca. - 450 ca.) così si esprime nel Secondo discorso sul digiuno:

«Grandi sono le opere del Signore»: ma questa grandezza che vediamo nella grandezza della Creazione, questo potere è superato dalla grandezza della misericordia. Infatti, avendo detto il profeta: «Grandi sono le opere di Dio», in un altro passo aggiunse: «La sua misericordia è superiore a tutte le sue opere».

La misericordia, fratelli, riempie il cielo, riempie la terra... Ecco perché la grande, generosa, unica, misericordia di Cristo, che riservò ogni giudizio per un solo giorno, assegnò tutto il tempo dell’uomo alla tregua della penitenza...

Ecco perché si precipita tutto verso la misericordia il profeta che non aveva fiducia nella propria giustizia: “Abbi pietà di me, o Dio – dice –, per la tua grande misericordia” (Sal 50,3)» (42,4-5: Sermoni 1-62bis, Scrittori dell’Area Santambrosiana, 1, Milano-Roma 1996, pp. 299. 301).

E così diciamo anche noi al Signore: «Abbi pietà di me, o Dio, tu che sei grande nella misericordia».

Sulla scia della Liturgia che lo divide in due parti, ritorniamo sul Salmo 145, un mirabile canto in onore del Signore, re amoroso e attento alle sue creature. Vogliamo ora meditare la seconda sezione in cui il Salmo è stato diviso: sono i vv. 14-21 che riprendono il tema fondamentale del primo movimento dell’inno.

Là si esaltavano la pietà, la tenerezza, la fedeltà e la bontà divina che si estendono a tutta l’umanità, coinvolgendo ogni creatura. Ora il Salmista punta la sua attenzione sull’amore che il Signore riserva in modo particolare al povero e al debole. La regalità divina non è, quindi, distaccata e altezzosa, come a volte può accadere nell’esercizio del potere umano. Dio esprime la sua regalità nel chinarsi sulle creature più fragili e indifese.

La fedeltà amorosa

Infatti Egli è prima di tutto un padre che «sostiene quelli che vacillano» e fa rialzare coloro che sono caduti nella polvere dell’umiliazione (cf v. 14). Gli esseri viventi sono, in conseguenza, tesi verso il Signore quasi come mendicanti affamati ed Egli offre, come un genitore premuroso, il cibo a loro necessario per vivere (cf v. 15).
Fiorisce a questo punto sulle labbra dell’orante la professione di fede nelle due qualità divine per eccellenza: la giustizia e la santità. «Giusto è il Signore in tutte le sue vie, santo in tutte le sue opere» (v. 17). In ebraico abbiamo due aggettivi tipici per illustrare l’alleanza che intercorre tra Dio e il suo popolo: saddiq e hasid. Essi esprimono la giustizia che vuole salvare e liberare dal male e la fedeltà che è segno della grandezza amorosa del Signore.

Celebrare l’amore

Il Salmista si pone dalla parte dei beneficati che vengono definiti con varie espressioni; sono termini che costituiscono, in pratica, una rappresentazione del vero credente. Costui «invoca» il Signore nella preghiera fiduciosa, lo «cerca» nella vita «con cuore sincero» (cf v. 18), «teme» il suo Dio, rispettandone la volontà e obbedendo alla sua parola (cf v. 19), ma soprattutto lo «ama», certo di essere accolto sotto il manto della sua protezione e della sua intimità (cf v. 20).

L’ultima parola del Salmista è, allora, quella con cui aveva aperto il suo inno: è un invito a lodare e a benedire il Signore e il suo «nome», ossia la sua persona vivente e santa che opera e salva nel mondo e nella storia. Anzi, il suo è un appello a far sì che alla lode orante del fedele si associ ogni creatura segnata dal dono della vita: «Ogni vivente benedica il suo nome santo, in eterno e sempre» (v. 21). È una sorta di canto perenne che si deve levare dalla terra al cielo, è la celebrazione comunitaria dell’amore universale di Dio, sorgente di pace, gioia e salvezza.

Il Signore è vicino

Concludendo la nostra riflessione, torniamo su quel dolce versetto che dice: «Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero» (v. 18). Questa frase era particolarmente cara a Barsanufio di Gaza, un asceta morto attorno alla metà del VI secolo, interpellato spesso da monaci, ecclesiastici e laici per la saggezza del suo discernimento.

Così, ad esempio, ad un discepolo che gli esprimeva il desiderio «di ricercare le cause delle diverse tentazioni che l’avevano assalito», Barsanufio rispondeva:

«Fratello Giovanni, non temere nulla delle tentazioni che sono sorte contro di te per provarti, perché il Signore non ti lascia in preda ad esse. Dunque, quando ti viene una di queste tentazioni, non affaticarti a scrutare di che cosa si tratta, ma grida il nome di Gesù: «Gesù, aiutami». Ed egli ti ascolterà perché «è vicino a quanti lo invocano». Non scoraggiarti, ma corri con ardore e raggiungerai la meta, in Cristo Gesù Signore nostro» (Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario, 39: Collana di Testi Patristici, XCIII, Roma 1991, p. 109).

E queste parole dell’antico Padre valgono anche per noi. Nelle nostre difficoltà, problemi, tentazioni, non dobbiamo semplicemente fare una riflessione teorica – da dove vengono? – ma dobbiamo reagire in positivo, invocare il Signore, tenere il contatto vivo con il Signore. Anzi, dobbiamo gridare il nome di Gesù: «Gesù, aiutami!». E siamo sicuri che Egli ci ascolta, perché è vicino a chi lo cerca. Non scoraggiamoci, ma corriamo con ardore – come dice questo Padre – raggiungeremo anche noi la meta della vita, Gesù, il Signore.

CORSO BIBLICO

Ecco un mirabile canto alfabetico (la prima parola di ogni versetto inizia con una lettera dell’alfabeto ebraico in successione). Il Salmo è una festosa lode al Signore, celebrato come sovrano amoroso e tenero, preoccupato per tutte le sue creature. Dio non solo non è indifferente nei confronti della storia, ma, anzi, ha un progetto su di essa, un disegno di armonia e di pace alla cui attuazione il Signore convoca anche l’umanità fedele con la sua fattiva collaborazione. Questo progetto di Dio si rivela in due movimenti. 1. Il primo movimento è il suo primo ingresso salvifico nella storia ( si parla di opere, gesta, maestà gloriosa, atti prodigiosi, terribili azioni, grandi imprese, immensa bontà e giustizia). Noi non siamo abbandonati al fato o legati ai capricci del caso, ma affidati all’azione di un Signore potente e amoroso che ha nei nostri confronti un disegno trascendente che progressivamente si rivela. 2. Nel secondo movimento Dio manifesta la sua fedeltà amorosa soprattutto nei confronti dell’uomo, e in particolare del povero. Egli si china come un padre sulle sue creature, sostiene quelli che vacillano, rialza quelli che sono prostrati nella polvere. Anche se nel finale del Salmo si profila l’ombra oscura degli empi, l’ultima parola del salmista è un invito alla lode universale e cosmica (v. 21).

PADRE SALVATORE

Il titolo (v.1a) lo definisce “lode” [tehillah che al plurale da’ il titolo al Salterio ebraico: Tehillim].

“Il canto comincia con benedizioni, si svolge di benedizione in benedizione e termina con le benedizioni eterne” (RUPERTO).

Ciò è stupendo, perché “chi loda il Signore tutti i giorni, lo loderà per sempre nel giorno eterno” (CASSIODORO).

AGOSTINO, proprio commentando questo Salmo, dice: “Dio si loda attraverso la bocca del salmista... e si loda da se stesso per insegnare all’uomo come lodarlo in modo conveniente”.

Dio è lodato come Re onnipotente che s’inserisce nella storia dell’uomo, per salvarlo.

Proprio la grandezza di Dio, cantata ed ammirata dal Salmista, fa risaltare la sua condiscendenza.

È stato scritto da R. LACK che “il Sal 145 è un canto all’umanità di Dio”. Un Dio così vicino all’uomo, da farsi uomo lui stesso, con l’incarnazione (cf. Tt 3,4). Per questo il Regno che il Signore vuole realizzare è un Regno con l’uomo, un Regno per l’uomo.

Al Dio grande e condiscendente si rivolge un fedele, un “Chasid” (v. 10), che ben si ritrova descritto tra i poveri di Jhwh e tra i destinatari delle Beatitudini del Cristo (cf. Mt 5,3). In questo povero che sperimenta la gratuità dei doni divini, c’è un bisogno impellente alla lode: ogni giorno, sempre. La lode diventa il suo respiro, la sua vita. E poiché l’orante ha forte la consapevolezza di appartenere ad un Popolo, ad una Comunità, ecco che la lode sfocia: nella trasmissione (la Tradizione) (v. 4a) e nell’evangelizzazione (v. 4b).

Possiamo, perciò, mettere questo salmo sulla bocca del Cristo evangelizzatore. È lui che nella preghiera, può dire al Padre: “Ho manifestato il tuo nome” (Gv17,6). Mi piace, in questa prospettiva, avvicinare questo Salmo al terzo mistero della luce, nel Rosario integrato da Papa Giovanni Paolo II.

L’evangelizzazione è annuncio a tutti della grandezza e della tenerezza di Dio che s’espande su tutto e su tutti (v. 9-10). Questa totalità rimanda alla piccola Teresa di Lisieux che, appunto, posta davanti ad un’alternativa, scelse “tutto”, come poi, da ragazza, opterà per Dio, come il suo tutto.

Il Dio lodato dal Salmista, annunciato da Gesù Cristo e sperimentato dai poveri di Jhwh, è “paziente e misericordioso lento all’ira e ricco di grazia” (v. 8), proprio come si rivelò a Mosè, sul Sinai, dopo il peccato del vitello d’oro (Es 34,6).

Sembra quasi che Dio, quasi per reazione, manifesti il fremito delle sue viscere materne, proprio quando l’uomo lo tradisce con il peccato (cf. Lc 15,20: “Il Padre, commosso, gli corse incontro”). C’è di che gridare: “Felice colpa!...”.

Ben venga, allora il Regno di Dio, fatto di pace e giustizia, Regno che inizia dagli ultimi:

da quelli che vacillano, perciò devono essere sostenuti da Dio (v. 14a);

da quelli che cadono e sperano di essere rialzati dal Signore (v. 14b).

Tra questi ultimi con cui edificare il Regno, non possono mancare gli affamati delle beatitudini lucane (Lc 6,21). Ad essi, come a tutti gli esseri viventi, Dio“provvede il cibo a suo tempo” (v. 15-16). A questo Padre fa riferimento Gesù, per invitare i suoi discepoli alla fiducia in Colui “che nutre gli uccelli del cielo (Mt6,26), non escluso il corvo (Lc 12,24), ritenuto animale impuro.

Il Signore, pur essendo “giusto e santo” (v. 17), sa farsi vicino ai suoi fedeli (v. 18), per infondere loro fiducia (v. 18). Così egli trasforma il timore reverenziale del povero che grida a Lui dalla sofferenza (v. 19), in amore filiale di chi da Lui si sa amato e protetto (v. 20 cf. 1Gv 4,18).

PERFETTA LETIZIA

Molti sono i frammenti di altri salmi che entrano nella composizione di questa composizione, che tuttavia risulta bellissima nella sua forma alfabetica e ricca di stimoli alla fede, alla speranza, alla pietà, alla lode.

Il salmo è uno dei più recenti del salterio, databile nel III o II secolo a.C.

Esso inizia rivolgendosi a Dio quale re: “O Dio, mio re, voglio esaltarti (...) in eterno e per sempre”. “In eterno e per sempre”, indica in modo incessante e continuativo nel tempo.

Segue uno sguardo su come la trasmissione, di generazione in generazione, delle opere di Dio non sia sentita solo come fatto prescritto (Cf. Es 13,14), ma come gioia di comunicazione, poiché le opere di Dio sono affascinanti: “Il glorioso splendore della tua maestà e le tue meraviglie voglio meditare. Parlino della tua terribile potenza: anch’io voglio raccontare la tua grandezza. Diffondano il ricordo della tua bontà immensa, acclamino la tua giustizia". Il salmista fa un attimo di riflessione sulla misericordia di Dio, riconoscendo la sua pazienza verso il suo popolo. E' il momento dell'umiltà. La lode non può essere disgiunta dall'umile consapevolezza di essere peccatori: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature“. “Su tutte le creature”, cioè su tutti gli uomini, e pure sugli animali (Cf. Ps 35,7; 103,21).

Il salmista desidera che tutte le opere di Dio diventino lode a Dio sul labbro dei fedeli: “Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno...”. “Tutte le tue opere”, anche quelle inanimate (Cf. Ps 148). Il significato profondo di questo invito cosmico sta nel fatto che, il salmista vede le creature come bloccate da una cappa buia posta dalle divinizzazioni pagane. Il salmista desidera che esse siano libere da quella cappa, che nega loro la glorificazione del Creatore.

La lode a Dio sul labbro dei fedeli diventa annuncio a tutti gli uomini: “Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno”. “Il regno” (malkut) è Israele e le “imprese” sono quelle della liberazione dall'Egitto, ecc. Terminata la successione monarchica dopo la deportazione a Babilonia, Israele, pur senza scartare minimamente la tensione verso il futuro re, il Messia, si collegò alla tradizione premonarchica dove il re era unicamente Dio. Nel libro dell'Esodo si parla di Israele come regno (19,6): “Un regno di sacerdoti e una nazione santa”. Israele come regno di Dio si manifesta in modo evidente mediante l'osservanza della legge data sul Sinai; ma Israele non è solo suddito di Dio, ma anche figlio (Cf. Es 4,22).

Il salmista continua a celebrare la bontà di Dio verso gli uomini: “Giusto è il Signore in tutte le sue vie (...). Il Signore custodisce tutti quelli che lo amano, ma distrugge tutti i malvagi”.

Il salmista termina la sua composizione esortandosi alla lode a Dio e invitando, in una visione universale, “ogni vivente” a benedirlo: “Canti la mia bocca la lode del Signore e benedica ogni vivente il suo santo nome, in eterno e per sempre”. “Ogni vivente”; anche gli animali, le piante - ovviamente a loro modo - celebrano la gloria di Dio (Cf. Ps 148,9-10).

Il cristiano nella potenza dello Spirito Santo annuncia le grandi opere del Signore (At 2,11), che sono quelle relative a Cristo: la salvezza, la liberazione dal peccato, ben più alta e profonda di quella dall'Egitto; il regno di Dio posto nel cuore dell'uomo e tra gli uomini in Cristo, nel dono dello Spirito Santo; i cieli aperti, il dono dei sacramenti, massimamente l'Eucaristia.

Dossologia

Sia gloria al Padre, al Figlio, allo Spirito,
come in principio sia ora e per sempre.

Preghiera

Più che la tua infinita grandezza
che non sappiamo neppure immaginare,
ci commuove, Dio, la tua umiltà e il tuo amore;
egli infiniti segreti in cui ti nascondi,
e gli impensati modi con cui intervieni:
in segno di quanto ti amiamo così come sei
e per tutto quello che non sappiamo di te,
ti chiediamo che la nostra stessa vita
si faccia un canto ininterrotto di grazia e di lode.
Amen.

 

 

 

 

 

 

Inserito da  Lunedì, 30 Novembre 2015 Letto 813 volte Ultima modifica il Martedì, 01 Dicembre 2015
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